Il saluto della redazione

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Come annunciato la scorsa settimana, PopOn chiude (Vedi Notizia). In questa pagina trovate il saluto dei redattori, che hanno voluto esprimere il loro pensiero sulla triste decisione e soprattutto salutare voi lettori che li seguite da anni.

PopOn su PopOnVi prego, non chiamiamoli saluti. Sono molto più avvezzo agli inizi, alle dichiarazioni d’intenti, alle presentazioni di progetti in fieri che lasciano trasparire un ottimistico futuro. Dovendo invece salutare, poi voltare le spalle e proseguire da solo, mentre gli amici
prendono un’altra direzione, in genere mi incarto in tristezze che non dirò. Ci siamo visti su queste pagine, moltissime volte. Prima su quelle a sfondo arancione, ricordate? Un template meno funzionale per il nostro lavoro (ci permetteva di inserire pochi contenuti in homepage) ma che mi resterà per sempre nel cuore. Quindi su quello attuale, così pieno di foto e contenuti in movimento. Sempre troppo poco: abbiamo sempre voluto fare di più. Ma i desideri non pagano, anzi, si scontrano a muso duro con i numeri e le facce fredde degli economisti. E io invece sulle pagine di PopOn ho sempre dato e preso calore. Quello passionale degli artisti che abbiamo incontrato per voi, quello amichevole dei colleghi, quello allegro di voi lettori. Non smetterò mai di essere grato a tutti questi volti. E prima di tutti a Paola De Simone, che questo sito lo ha creato e che – fidandosi di me – a un certo punto me ne ha aperto le stanze. Ma non voglio dire altro né a lei, né agli altri colleghi (Nicola e Michele in primis, ma solo per ragioni temporali: erano lì ad accogliermi al mio arrivo), né tantomeno a voi lettori. So solo che continueremo a leggerci e a scriverci altrove, fin ora. Porteremo altrove lo spirito di PopOn, ma l’appuntamento – presto o tardi – sarà di nuovo qui.

Simone Arminio
PopOn su PopOn
Alcuni miei amici amano la musica anglofona e detestano quella italiana. A volte si ama ciò che non si comprende: infatti se poi gli chiedi di cantare un brano dei Coldplay, di Bruce Springsteen o dei Radiohead vanno nel pallone. Meglio ripiegare su una canzone di De André o un Tiziano Ferro: di quelle conoscono i versi a memoria! Io lo confesso: amo la musica italiana, quella bella, che c’è e si produce in abbondanza, ma che viene scarsamente promossa. Per questo un giorno mi sono imbarcato nell’arca di PopOn, cercando di portare in salvo una coppia di cantautori che il mercato avrebbe destinato all’estinzione. Non so se il diluvio è finito. Forse no. Anzi, sento ancora forte la pioggia. E non so se quei due che ho stipato nell’arca si sono riprodotti abbastanza, se riusciranno loro stessi a salvarsi. Ma so che è ora di scendere. In questo viaggio abbiamo sentito tanta bella musica e ciascuno di noi ha lavorato per costruire un piccolo tassello di bellezza. Un mosaico fantastico di cui Paola ha costruito il disegno con grande passione e intelligenza. Tutto questo, per ben quattro anni, mi ha reso estremamente felice.

Nicola Cirillo
PopOn su PopOn

Nello scrivere l’addio ai lettori di PopOn mi sento, credo, come si dovrà sentire Renato Zero nel momento in cui deciderà di lasciare le scene. Anche io, infatti, come lui, sulla soglia dei quarant’anni mi sono ritirato. A trent’otto anni, per la precisione. Ho lasciato la carta stampata, per raggiunti limiti d’età, avevo dichiarato. Poi ho incontrato Popon, casualmente, a Sanremo, e nello specifico ho incontrato la direttrice Paola De Simone, e ho deciso di tornare, almeno in parte, sui miei passi. E sono stato contento di averlo fatto. Mi sono divertito. Mi sono anche sentito giovane, come in effetti non sono. Ora mi ritiro di nuovo. E immagino sarà per l’ultima volta. Ringrazio i lettori che ci hanno voluto seguire e tutti i colleghi che hanno diviso questa porzione di vita professionale e non con me. Questo è un addio, ma non so se sarà l’ultimo addio. Paola, chi ha orecchie per intendere intenda. Perché come diceva Oscar Wilde a proposito dello smettere di fumare, cito a memoria: “E’ la cosa più facile del mondo, l’ho fatto migliaia di volte…”.

Michele Monina
PopOn su PopOn
Gli addii mi sono sempre venuti male. Anzi, diciamo che non sono proprio capace.
Sono inciampata in Paola De Simone e il suo PopOn un paio di anni fa, per caso. E si sa che è per caso che accadono le cose migliori della vita. Ho imparato così tanto da lei, e molto altro avrei voluto imparare. Ma dicono che il tempo sia scaduto, ho preso quello che ho potuto. Chiudo il sipario con la speranza di aver anche dato. Il mio tempo, le mie energie, la mia passione per la musica. Ringrazio lei che di questo spazio ne è stata l’ideatrice, ringrazio i miei compagni di viaggio, e tutte le parole che hanno scritto in questi anni, le ho sempre lette con attenzione e stima.
Ringrazio, in ultimo, tutti quelli che sono passati di qua e si sono fermati a leggere le mie di parole.
Con un po’ di dolore, e con la nostalgia che intravedo già lì sulla porta pronta ad entrare…Signori, si chiude.

Giulia Zichella
PopOn su PopOn
Anno 2012 – metà del mese di gennaio, esterno giorno.
(rumori di traffico in sottofondo)
Ciao, ti è rimasta una copia di Blow Up di questo mese?
Sì, certo. Non preoccuparti, tanto queste riviste le compri solo tu.
Quello che avete appena letto è lo scambio di battute tra chi vi scrive e il suo edicolante, posto nella piazza principale di una città con migliaia di abitanti. Che significa? Significa che PopOn chiude perché della musica, e in particolar modo di “certa musica”, o per meglio dire, di musica trattata in un “certo modo”, importa poco al grande pubblico. E al pubblico – grande, chiaramente, in termini di numero – importa ancor meno leggere. Leggere di musica dunque, niente di più anacronistico. PopOn chiude perché non ci sono soldi. Viviamo nell’Europa occidentale e qui “anche il sole sorge solo se conviene”, per dirla con gli Afterhours. Questo è un peccato, sì, perché di PopOn, in fondo, chi se ne importa. Mi spiego. Voi continuerete a cercare articoli e interviste interessanti su altri siti o nell’angolo più buio della vostra edicola preferita. I redattori di PopOn continueranno a postare contenuti altrove, ma il cerchio si restringe. Ha chiuso Kronic, ha chiuso Vitaminic, Mucchio è alla frutta. È un peccato che PopOn chiuda perché ci sarà un grammo di cultura in meno. E una società senza cultura non ha futuro. Una società senza cultura è più brutta. Che peccato. Ci stiamo abituando pure all’abbruttimento di tutto. Che peccato, preferiamo correre dietro a una farfallina anziché rimanere fermi a riflettere su un significato. Senza PopOn saremo più brutti. Tutti.

Roberto Paviglianiti
PopOn su PopOn
Ci sono storie che finiscono, così come finisce un amore.
E si ripensa a quanto si è costruito e a quello che ancora si poteva fare.
Per quanto mi riguarda PopOn non chiude.
Si prende solo una pausa.
Ritornerà, mi piace pensare, come ritorna il sole dopo un temporale.

Marco Annicchiarico

Contrariamente a quanto scritto nell’editoriale in cui si annuncia la chiusura del sito, PopOn non verrà oscurato, ma resterà visibile almeno per un anno, perché l’archivio possa restare a disposizione di tutti coloro che ne vogliono fruire. Ora, però, è davvero arrivato il momento di spegnere le luci. Un caro saluto a tutti i lettori.

Giovedì 15 marzo 2012

 

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Storiacce Tese al Conservatorio

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Elio e Le Storie Tese su PopOn

Milano, Conservatorio G. Verdi, 8 marzo 2012

Storiacce tese al concerto di Elio al Conservatorio G. Verdi di Milano: il lead vocalist (facciamo un po’ gli americani, visto che musicalmente siamo su quel livello) entra sul palco trafelato, sostenendo che i restanti pezzi della band sono dispersi per Milano causa mancanza di parcheggio e d’area (C, ça va sans dire). Ma poi, durante una Cavo della mia chitarra fintamente improvvisata, tutti i suddetti pezzi tornano al loro posto, garantendo un encore degno di una chiusa d’eccezione. E infatti gli otto (perché sono otto, sul palco) con Cavo chiudono il concerto, con tanto di luci in sala e inchino finale, tra gli sghignazzi del pubblico.
Ma è ovviamente una falsa partenza (con annessa falsa chiusura). E menomale: perché la formula del “breve ma intenso” mal si adatta ad un concerto di Elio e le Storie Tese. Sempre, anche oggi che gli otto – dopo decenni di onorata e sdoganata carriera – devono reinventarsi per non riuscire dall’inevitabile confronto con sé stessi un po’ imbolsiti (sconfitti no, ché all’orizzonte non si vede alcun pretendente al loro trono). E lo fanno con l’arma del cabaret, che dilaga durante l’intero concerto, con un Elio verboso che gigioneggia e prende in giro il pubblico incravattato e – quello sì – imbolsito del Verdi, le cui prime file sorridono con moderata sobrietà.

E forse proprio in occasione dell’incontro con la créme dell’accademia musicale, il simpatico complessino sfodera un repertorio eccezionalmente sboccato (“Il piccolo Rocco Tanica è tornato al suo Conservatorio con una canzone che dice circa cinquanta volte ‘merda’”) che parte da chicche d’antan quali Abbecedario e Gomito a gomito con l’aborto (“avrebbe potuto vincere qualsiasi festival, quindi la cantiamo come tante Emme Marrone”) e arriva fino alle più recenti Discomusic e Psichedelia, durante la quale il gruppo lascia riverente spazio alla registrazione dello splendido scat di Lucio Dalla (“non ne nascono più, così”). Sul versante più autenticamente prog si segnalano Plafone e un inedito omaggio agli Area di Demetrio Stratos, in cui Jantoman e Tanica fanno sfoggio di synth e moog.
E dopo un paio d’ore secche il concerto si avvia alla conclusione, digradando tra le inevitabili Tvumdb, Parco Sempione e Tapparella.

Dire che gli Elii sono in forma suona trito come una dichiarazione d’amore, ma non possiamo che rinnovare loro i complimenti per una formula che dura da decenni rimanendo convincente (oltreché divertente). Semmai sono proprio i fan che zavorrano la band milanese ad un passato “supergiovane” che tutto sommato ha poco a che fare con l’ironia sofisticata e complessa dell’ultimo periodo: è proprio il gruppo a dribblare con sapienza le richieste che arrivano dalla platea (“Alfieri!”, “Cara ti amo!”), impegnato com’è a non farsi ingabbiare in vecchi schemi. Perché si sa, poi è un attimo a finire come una qualsiasi leggenda del rock, prigioniera del proprio greatest hits: e gli Elii, come tutti i veri musicisti, hanno troppo bisogno di sporcarsi le mani con giochi nuovi per cadere in simili trappole.

Scritto da Carlo Crudele

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Chiaro

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Ivan Segreto su Popon

Obliqsound, 2012

Dopo oltre quattro anni da Ampia, Ivan Segreto torna sul mercato discografico con Chiaro, un progetto evidentemente molto ragionato, che rivela il fascino per alcune nuove frequentazioni musicali che negli ultimi anni il cantautore ha avuto fuori dall’Italia. Intendiamoci: è sempre lui, il jazzista dalla voce cristallina e con vocali tanto lunghe da riempire melodie che si muovono fuori dalle metriche convenzionali. Ma in Chiaro le armonie sono piuttosto sperimentali, invadono spesso
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CAPITOLO 20

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La parola chiave è ermafrodita.
La parola chiave è successo.
La parola chiave è fottitene.
La parola chiave è fanculo.
La parola chiave è Bikinirama.
Questa è la fine della storia. Una fine che in realtà è un inizio. Ma è comunque la fine. Le copertine di tutti i giornali, di musica e non, sono dedicate a Sarah e Maya, le gemelle eterozigote della band. Anche alle altre ragazze, a dire il vero, ma soprattutto a loro. In alcune, non solo italiane, ci sono anche io, in un lato. Senza due righe di spiegazione, ché di spiegazioni, in effetti, non ce ne sono.
Il miliardo e passa di contatti di cui si è già parlato dicono già tutto quel che c’è da dire. Anche qualcosa di più.
La parola chiave è ermafrodita. Uno scherzo di natura, avrebbero detto un tempo, prima dell’invenzione del politicamente corretto. Tod Browing se ne sarebbe occupato, non troppo bonariamente, ma con empatia. Oggi tocca a David Fincher, incaricato di dirigere il primo videoclip della band, protagonista Lucy Liu e Mark Zuckenberg. Premier a Hollywood, morti in strada per cercare l’accredito.
Così gira adesso. Sono solo copertine, e interviste, e ospitate televisive scelte con oculatezza, perché a questo punto siamo noi a decidere, non certo gli altri. Quindi vada per il David Letterman Show. Vada per la Notte degli Oscar. Vada per un passaggio fugace al TG de La7, tanto per dire, lasciando Mentana annichilito, che il tipo che ha dato della pecorella al carabiniere, no, non è uno squadrista, ma semmai un coglione. Alto e basso, grande e piccolo, mainstream e underground.
Agli Studios, dove ho preso un ufficio in condivisione con Wes Anderson, ricevo i produttori per togliermi lo sfizio di dir loro che no, le Bikinirama non daranno nessuna canzone al prossimo film in lavorazione. Neanche il tempo di arrivare in albergo, a Sanremo, che già avevamo ceduto l’esclusiva a David Lynch, che sta per portare sul grande schermo Lula e Sailor, vent’anni e passa dopo Cuore selvaggio. Le Bikinirama faranno anche qualcosa in più di un cameo. Nicholas Cage e Laura Dern l’hanno messo come clausola nel contratto, mi ha detto al telefono David, in italiano, o loro o niente film.
Ho chiesto in cambio la giacca di serpente di Sailor e a David è scappata quella che mi è sembrata una bestemmia, in inglese, e l’accordo è stato preso.
Come nel giro di poche ore è stato chiuso l’accordo con la Apple, che ve lo dico a fare. A Cupertino hanno già creato un App sulle Bikinirama. Si possono fare i remix dei brani direttamente dall’iPhone. E metterli su iTunes. O dove cazzo volete.
Il singolo nuovo è già uscito, In fondo una casa non c’è. Parla di routine. Non esattamente il nostro mood del momento. È una ballad, In fondo una casa non c’è, con Maya che tiene un SI niente male, nello special, dopo aver cambiato tre tonalità nel giro di neanche un minuto. Una prova di forza, ma più che altro di talento. La canzone migliore fino a questo momento incisa dalla band. Di colpo, in studio, sempre quello di Cologno, per una questione di scaramanzia, mica per altro, le cose hanno cominciato a girare via lisce, come mai prima. Tutto in poche ore. La musica l’ha scritta Orlando, io ci ho messo su una melodia accattivante e il testo. Le ragazze hanno suonato compatte. Una band, finalmente.
Jimmy Iovine della Interscope è dovuto venire lì, nello studiolo di Cologno Monzese. E parcheggiare una Limousine sul retro del vecchio municipio non deve essere stata impresa da ridere. È riuscito a portare a casa, a Los Angeles, solo un contratto di distribuzione, perché edizioni ed etichetta resta la nostra, Bikinirama ca va sans dire, ma è già più di quanto non sia riuscito a portare a casa L.A. Reid o uno dei tanti altri che si sono messi in fila dietro di lui. Jay-Z, lo dico per scansare equivoci, non si è fatto vivo.
Di quel che è successo sul palco dell’Ariston non abbiamo mai parlato.
Né durante le interviste, domanda messa al bando nei contratti di esclusiva, né tra di noi. Non che non ce ne fosse stato tempo, perché è vero che siamo finiti dentro un vortice, ma è anche vero che di tempi morti, quando si comincia a girare il mondo come trottole, ce n’è sempre fin troppo. Non ne abbiamo parlato perché avevamo la certezza, una certezza priva di conferme razionali, che nel momento in cui l’argomento fosse finito sul tavolo, la crepa, quella stessa crepa citata nel ritornello di In fondo una casa non c’è, si sarebbe fatta ben più di una ruga sul viso.
Non guardare sotto il letto per vedere se c’è il Baubau è un trucco infantile, ma funziona.
Unica eccezione, per altro affidata solo alle immagini, la copertina concessa a Les Inrockuptibles. Una copertina che fa il verso a quella famosa di Asia Argento, del gennaio 2001, per l’uscita di Scarlet Diva, il suo primo film da regista. Stavolta dietro la macchina fotografica c’è Terry Richardson, per l’occasione in bianco e nero. La rivista più cool di Francia, e non solo, uscirà in sei versioni differenti, una per ogni singolo componente della band, e una, sorta di celebrazione post-moderna della cover di Electric Ladyland di Jimi Hendrix, con tutte e cinque le ragazze insieme. In ogni copertina singola si vedono Trisha, Frida, Seba, Sarah e Maya completamente nude, di fronte, inquadrate dalle caviglie in su. Guardano tutte in camera, anche ognuna di loro ha il volto seminascosto dal braccio destro, proprio come Asia Argento nel famoso servizio. Non hanno il tatuaggio dell’angelo proprio sopra il monte di Venere, ma almeno in un caso c’è ben altra sostanza a rimpolpare le foto. Nell’intervista contenuta all’interno, però, nessun commento alla serata dell’Ariston, se non per quel riferimento al miliardo di visualizzazioni su Youtube nel giro di neanche due giorni, come se niente di particolare si fosse visto. Sarà l’unica volta che le altre ragazze delle Bikinirama poseranno nude per un servizio fotografico, e probabilmente, ero presente in studio e posso testimoniarlo, la prima volta che Terry non ha allungato le mani su una propria modella. Playboy, per tornare sul pezzo, ci ha offerto una cifra che avrebbe tranquillamente potuto sfamare un paese di medie proporzioni del centro Africa, ma la scelta di Les Inrockuptibles dice già che non erano i soldi quello che ci interessava riguardo l’argomento in questione. So di parecchia gente che si è comprata tutte e sei le versioni, e che le ha incorniciate in casa. Io sono tra questi.
Anche sul fronte live le cose hanno preso una piega inimmaginabile anche solo un minuto prima che Gianni Morandi annunciasse Senza un sorriso in Eurovisione. Forse anche un secondo prima che Maya e Sarha prendessero strade diverse, rimanendo nude sul palco, quel che c’era da mostra lì, sotto gli occhi di tutti.
Coachella, Reading, Heineken Jammin Festival, Glastonbury. Ultimo arrivato è il Lollapalooza. Anche Perry Farrell, tornato per una volta a vestire i panni del Direttore artistico del Festival più alternativo dello Showbiz, è venuto da noi, con un vestito psichedelico che meriterebbe una personale alla Triennale. Aveva letto che i suoi Jane’s Addiction erano uno dei riferimenti di Frida, e ha ben pensato di mettersi in gioco per portare a casa la pagnotta. E ce l’ha fatta. Aver preso il posto di Lady Gaga, ultima head-liner del Lollapalooza, ha avuto il suo peso, però, inserire la sua voce, di Perry, che fa i controcori a Maya nel remix del singolo fatto da The Alchemist anche.
A Matt Groenig, invece, abbiamo detto sì via Skype, perché il suo stato di salute gli ha impedito di raggiungerci. Presto le Bikinirama andranno in studio a doppiare la puntata speciale dei Simpsons a loro dedicata. Marge, evidentemente impazzita, entrerà per un po’ in line-up, questa la trama, dopo aver preso parte a un gruppo di sostegno per le Disperate Housewifes. La band re-inciderà la sigla, proprio come per il film al cinema fecero i Green Day, e Marge farà un featuring in God Part IV, scelta da Groenig per la colonna sonora dell’episodio, il numero 550. Rapperà nella versione americana del brano, sostituendo le rime che nella versione italiana sono state interpretate dal grandissimo Profeta Matto. Lana Del Rey, che inizialmente era stata scelta come ospite speciale della punta, si è ridata all’alcool, dicono i rumors. Perez Hilton l’ha scritto in maiuscolo sul suo sito, c’è da credergli.
Siamo sul nostro nuovoa aereo privato, diretti Dio solo sa dove. Siamo in poco meno di mille, qui, oggi, ma le cinque body-guard che la NBC ci ha dato in dotazione riescono ancora a tenerci separati dal resto degli ospiti.
Non ci sono turbolenze, e questo semplice fatto meteorologico mi sembra una perfetta metafora sullo stato dell’arte.
Cerco di fermare questa immagine nella mia memoria, coi contorni sgranati di un ipotetico iPhone, polaroid post-moderna.
Guardo Frida, i capelli neri sciolti, come in una pubblicità dello shampoo, la maglietta degli Husker Du, epoca Zen Arcade portata con orgoglio sotto una giacca di pelle rosso sangue, dono personale di Dave Mustaine, un piao di jeans ben precedenti al successo con sotto due anfibi che hanno visto le gesta raccontate nei suoi libri da Rigoni Stern, si direbbe. Se quando è entrata nella band era una metallara in cerca di un po’ di personalità, adesso è una donna sicura di sé, baffi o non baffi.
Guardo Seba, all’apparenza la più cambiata dal successo. Ma anche la più coerente rispetto a quel successo che avevamo provato a progettare, nei mesi prima di Sanremo. È l’unica, lei, a indossare uno degli abiti disegnati da Alberto. L’unica che gira scalza, in omaggio alla copertina di quello che oggi i collezionisti di mezzo mondo si contendono a suon di milioni di euro, il singolo di Senza un sorriso. Il pareo in lattice dai colori cangianti ideato dal nostro fumettista Marvel di fiducia, assurto alla corte degli Studios in seguito al mega-successo della band, poco si adatterebbe alla stagione non ancora mite, ma il successo esige sacrifici, e Seba è ben disposta a mettersi in gioco, è chiaro a tutti. Per la cronaca, e per quel che vale, io e lei non abbiamo scopato insieme, poi. Anche qui, per la coerenza più che per altro.
Guardo Trisha e ripenso al momento in cui l’idea di mettere insieme la band è diventata qualcosa di più che un’idea. Proprio adesso sta decidendo su quale brano mettere le mani, diventata di colpo la dj più ambita sulla faccia del pianeta. Timbaland ha pure litigato con Justin per le avanche fatte nei suoi confronti durante i BET Award. Si sta orientando verso il nuovo singolo di Shakira, ci ha detto mentre superavamo la coda ordinata della Dogana all’aeroporto di Heatrow da cui siamo partiti. Ma anche il nuovo di Trent Reznor non è affatto male, ha aggiunto. La giacca coi paramenti militari che Chavez si è affrettato a spedirle, dopo le sue dichiarazioni a favore della Repubblica Venezuelana, dichiarazioni che hanno messo a repentaglio il tour promozionale oltreoceano, non ci fossero in ballo così tanti soldi, le calza a pennello, e il fatto che sotto indossi la famosa t-shirt di PJ Harvey, quella nera con su scritto Lick my legs, anche quello regalo della stessa Polly Jane, su un perizoma, spero di altra origine, e scarpe col tacco, da a tutto un tocco ulteriormente cool. Per una volta non fatico a capire tutte quelle cazzate sul fascino della divisa.
Guardo Sarah, tornata al solito vecchio look di sempre, calzoni di pelle alla pinocchietto, scarpe Chanel nere col tacco tredici, bretelle rosse a coprire la parte superiore del corpo, e mi si passi il termine coprire, nient’altro addosso, fatta eccezione per un paio di occhiali da sole identici a quelli esibiti da Bono nel video di The Fly. È lei il ricettacolo del nostro successo, lo sappiamo bene tutti. Lo sa anche lei, ma non sembra la cosa le abbia in qualche modo cambiato il metabolismo.
Guardo Maya, seduta sulla poltroncina di fianco alla sua gemella. La guardo e, come in una pagina della Settimana Enigmistica, cerco di annotare mentalmente le differenze. Ormai le due vestono sempre alla stessa maniera, anche se qualche dettaglio è sempre visibile, anche per chi si è sempre e solo limitato a guardarle sulle pagine patinate dei giornali o in televisione. A distinguerle, ora, c’è una lacrima di strass che Maya porta proprio sull’angolo dell’occhio destro, omaggio incomprensibile ai più rivolto a Lil’ Kim, vai a capire perché una delle sue artiste di riferimento degli ultimi giorni. Si è anche tatuata una sua frase proprio in un punto praticamente invisibile ai più, sul perineo. No matter what they say, dice. Parole sante. Parole che voi non potrete leggere, almeno non scritte sul suo corpo, perché foto a gambe larghe, salvo folgorazioni prossime venture sulla via del porno, Maya non dovrebbe farne. Non chiedetemi perché io sappia di questo tatuaggio, così da non rimanerci poi male. Fidatevi, in certi casi è meglio non sapere.
Orlando mi interrompe. Dice che al telefono c’è Yo-Landi Vi$$er dei Die Antwoord. Da che ha letto, credo sul NME che Trisha è stata tentata dall’idea di lasciare la band e mettersi in proprio, ha più volte tentato di proporsi come sostituta. Ha rinunciato a interpretare sul grande schermo Lisbeth Salander nel remake di Donne che odiano gli uomini, sostituita in corsa ra Rooney Mara, e stando a quel che continua a ripeterci, ossessivamente, tanto fa di lei una Bikinirama. Probabilmente avrebbe anche ragione, ma Trisha è ancora saldamente al suo posto. Del resto abbiamo già dovuto dire di no a Kim Gordon, tornata sul mercato da che si è mollata da Thurston Moore e i Sonic Youth sono andati a puttane, e poi anche ad Alexei Perry degli Handsome Furs, che di Yo-Landi è la versione un po’ meno selvaggia e addirittura a Christina Martinez, ex delle Boss Hog e di Jon Spencer. Be’, confesso che sulla Martinez più che un pensiero ce l’ho fatto, allora come ora. Ma le Bikinirama non sono una faccenda mia personale, e anche lei è rimasta fuori dai giochi. Faccio segno a Orlando di mettere giù, maledicendo la menzogna che ci hanno sempre dato da bere: che negli aerei sia impossibile usare i cellulari per questioni di sicurezza.
David Fincher, a pochi passi da noi, mi fa il segno con il pollice verso l’alto. Non deve aver molto apprezzato il rifiuto della cantante sudafricana. “È ora di cominciare a girare,” dice. “Siamo qui per quello,” dico. Il che è vero solo in parte. Si chiama ottimizzazione dei tempi. Si sfrutta un lungo spostamento per girare un videoclip, prendendo i classici due piccioni con una fava.
Quello che dobbiamo girare oggi è una parodia di un episodio di Criminal Minds per il Saturday Night Live. C’è tutto il cast al completo, sul nostro aereo, con una special guest che al momento sta tirando ai pazzi la truccatrice, intenta a farla sembrare altro da sé.
L’idea è semplice, sempre che si possa parlare di semplicità per una gag che vede coinvolte quasi venti persone, tutte di grande successo.
Ogni episodio di Criminal Minds comincia e finisce alla stessa maniera. Dopo aver fatto la conoscenza con una qualche morte efferata, non senza essersi soffermati sui dettagli, l’azione inizia sempre con il gruppo di profiler capitanati da Hotch che sta volando in qualche angolo d’America per indagare sul nuovo serial killer. Lì sull’aereo privato dell’FBI Hotch e soci studiano il caso, analizzando indizi e facendo ricorso alle proprie menti analitiche, consci, noi che guardiamo il telefilm più che loro che lo interpretano, che alla fine, dopo aver gettato lo sguardo sull’abisso, dopo aver fissato negli occhi il Male, il caso verrà risolto, e il mondo sembrerà, almeno fino alla prossima settimana, un posto meno spaventoso.
Ora siamo a bordo del nostro aereo, e il cast di Criminal Minds è a pochi passi da me, pronto a girare questo scatch, diretto per l’occasione, come nel caso del nostro primo videoclip, da David Fincher, il regista di Fight Club o di Seven.
L’idea di coinvolgere Hotch e soci mi è venuta quando abbiamo fatto il primo viaggio sul nostro jet privato. Ci ho pensato inconsciamente, a Criminal Minds, perché avere un aereo privato non rientrava nella mia To-do-list. Ci ho pensato e mi è venuta l’idea per il Saturday Night Live. Di solito, a caso risolto, uno dei protagonisti, a turno, recita una frase, una citazione, che serve da chiosa dell’episodio. L’esatto opposto di una epigrafe. La parola fine, consolatoria perché presa di peso dalla letteratura, che cerca di curare le ferite che l’aver guardato da vicino il Baubau nascosto sotto il letto ci ha procurato. Così sarà in questa breve clip, che ci vedrà comparire al fianco di David Rossi, Reid e Morgan. Il caso su cui hanno investigato, in questa parodia, è la strage di rockstar che di colpo ha decimato il mondo dello spettacolo. Si sono prestati per l’occasione tutti i nomi che vi possono venire in mente pensando alla parola rockstar, da Madonna a Mick Jagger, passando per Bono, Beyoncè e un redivivo David Bowie. Tutti in fila per omaggiare le Bikinirama. Dietro i cameramen, pronti a scattare agli ordini di Fincher, c’è anche Kat Dennings, la Darcy Lewis del Thor di Kenneth Branagh. È qui in quanto fidanzata di Matthew Gray Gubler, il dottor Spencer Reid, il più geniale tra i profiler della serie tv. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociano, e vi garantisco che a bordo di un aereo privato capita piuttosto spesso, mi imbarazzo e arrossisco. Lei con me. Ho visto le sue foto su Twitter, so cosa si trova sotto la striminzita t-shirt degli Wilco. Lo sa anche lei, evidentemente. Farle i complimenti, più che meritati,mi sembra comunque fuori luogo.
David Fincher fa partire il ciak. L’idea è che le Bikinirama e gli agenti del gruppo di Analisi Compontamentali dell’FBI se ne stiano tornando a Quantico, risolto il caso del serial killer delle rockstar. Le Bikinirama hanno le manette ai polsi, colpevoli della strage. Da che sono arrivate per tutti i colleghi non c’è stato scampo. A chiudere la scena è Penelope Garcia, che si collega con i detective, come al solito, attraverso i loro computer. Garcia, per i pochi che non seguissero la serie tv, è la testona cicciottella capace in pochi secondi di fare ricerche informatiche complicatissime, la nerd del gruppo innamorata follemente del bel Morgan. Stavolta a interpretarla non sarà la corpulenta Kirsten Vangsness, sacrificata per l’occasione sull’altare della glamourness. L’idea è venuta allo stesso Fincher, e davvero tradisce la sua totale genialità. Vicino alla cabina del pilota, infatti, c’è la guest-star del nostro video, quella che certificherà, se mai ce ne fosse bisogno, l’ingresso della nostra band, le Bikinirama, nell’empireo dello show business. Quella che, è notizia proprio delle ultime ore, le Bikinirama hanno appena scalzato dalla vetta della classifica delle donne più potenti del mondo stilata ogni anno da Forbes, in tutti i casi ancora sopra Michelle Obama e Angela Merkel. Dietro una paratia atta a ricreare lo studio di Garcia, e con la stessa acconciatura e gli stessi occhiali dalla montatura spessa della Vangsness, c’è infatti Lady Gaga, pronta a celebrare le più grandi rockstar del pianeta, forse conscia che una resa incondizionata, a volte, è meglio di una sconfitta cocente. È lei, stavolta, incaricata a recitare la massima che chiude l’episodio. La massima che chiude tutta questa storia.
David Fincher controlla l’inquadratura dal box della regia, preso da uno dei suoi raptus di autismo artistico. Io continuo a flirtare con finto pudore con la bella Kat, Reid è in scena, non può certo badare a noi.
“Ciak,” grida il regista, la luce rossa che si accende sotto la telecamera numero due.
“Le Bikinirama, stanno solo cercando di cambiare il mondo, una paillette alla volta,” dice Lady Gaga. Le rivoluzioni, anche quelle musicali, devono partire da piccoli gesti. Le paillette sono decisamente un buon punto di partenza.

Questo è un romanzo. Persone reali e fatti realmente avvenuti sono utilizzati a puro scopo narrativo. Ogni parola ivi contenuta è falsa. Compreso queste.

“Via Tadino 52” è un libro a puntate di Michele Monina, scritto solo per i lettori di PopOn.


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Marco Notari, quando ti guardi dentro

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Marco Notari su PopOn

Intervista di Roberto Paviglianiti

Io? è il terzo album di Marco Notari, musicista al quale il pubblico stenta a trovare una collocazione stilistica e attitudinale ben chiara. Ed è probabilmente proprio questa la sua forza, in quanto Notari si smarca bene dagli incasellamenti grazie a una musica che colpisce nell’immediato, ma che con i suoi significati e con le sue intenzioni è destinata a perdurare. Abbiamo indagato il suo pensiero intelligente, vivo, cercando di far luce sulla sua particolare inquadratura della musica, e della vita.

(altro…)

Millimetro

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Celeste Gaia su Popon

Sony Music, 2012

A Sanremo se si vuole essere ricordati, o almeno non passare inosservati, bisognerebbe… portare una bella canzone? No, quasi mai funziona. Bisogna portare una canzoncina immediata, una di quelle con il ritornello facile, meglio se ripetitivo, al limite del martellante e, se ci si riesce, anche simpatico. Celeste Gaia ha portato Carlo, quello incontrato nell’ascensore, quello di Parigi con gli occhi verdi. E in parte, anche se non ha vinto, anzi forse proprio perché non ha vinto, ha funzionato.
(altro…)

PopOn vi saluta e chiude

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PopOn su PopOn

Da dove si comincia a scrivere quando si deve fare un triste annuncio? Forse dalla fine è più corretto. Allora ecco fatto: PopOn chiude il sipario. Dopo cinque anni di intenso lavoro, il giornale on line della musica italiana cessa la sua attività. E se vi dico che questo accade perché abbiamo lavorato bene e siamo cresciuti tanto, dovete credermi. In questa specie di paradosso rientra una fatica non più sopportabile da una redazione che è sempre stata spinta solo dalla passione. Ora il gioco si è fatto duro, la redazione si è fatta grande, professionalmente parlando, e i contatti raccolti ci permetterebbero di coprire in maniera importante tutti i più grandi avvenimenti della musica italiana, ma non ne abbiamo i mezzi. Insomma tutto è nell’ordine di un grande lavoro, ma perché di lavoro si possa parlare c’è bisogno di investitori, di editori che credano nel progetto e che lo potenzino rendendolo al passo con i tempi.

Non serve nasconderlo, fino a oggi PopOn si è retto su un minimo investimento economico e su un massiccio investimento professionale; tutto questo, però, oggi non basta più. Non basta a metterci in condizioni di lavorare al meglio, non basta a darci i mezzi per esprimere idoneamente il nostro potenziale, non basta a giustificare la professionalità messa gratuitamente al servizio dell’informazione. Quindi, senza girarci troppo intorno, l’impegno è divenuto tale da richiedere necessariamente l’intervento di un editore. Questo se si vuole restare seri, questo se non si vuole diventare un blog. Per questo preferiamo uscire di scena dignitosamente, prima di non poter più garantire la qualità che è stata per noi una costante negli anni, fieri del nostro trascorso e consapevoli di non essere davanti a un fallimento ma solo a un’onesta presa di coscienza dei propri limiti. In fondo il web è pieno di giornali o presunti tali che si reggono perennemente su accolite di appassionati ma, pur nel pieno rispetto, noi in quel giornalismo non crediamo e non vogliamo ingrossarne il numero.

A questo punto permettetemi solo di ringraziare tutti i redattori che si sono avvicendati su queste pagine, con un particolare plauso alla redazione attuale, che ha messo al servizio dell’informazione una professionalità, una cura e una fedeltà straordinarie. Un grazie importante va a Simone Arminio, mio prezioso vice e giornalista di fine fattura, collega che ho visto crescere e superarmi con l’umiltà di cui solo i grandi dispongono. Adesso però basta, detesto gli addii e i fazzoletti fuori dai treni. Venerdì 16 marzo PopOn sarà oscurato, ma sin da ora diraderemo le nostre pubblicazioni. Che la musica italiana non ce ne voglia.

Paola De Simone
Mercoledì 7 marzo 2012

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