Stefano Senardi, discografico non per caso

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Stefano Senardi su PopOn

Stefano Senardi, classe ’56, discografico tra i più noti dell’ambiente, ha esordito nel mondo della musica negli anni Ottanta, ricoprendo svariate mansioni. CGD, WEA, PolyGam, NUN Entertainment, Radio Fandango… sono tutte realtà che hanno beneficiato delle sue competenze. Tra le attività collaterali si è occupato della direzione del Live8 nel 2004, solo per citarne una. E oggi che il ruolo del discografico naviga in acque confuse e quanto mai contaminate, abbiamo voluto approfondire l’argomento proprio con Senardi, come dire entrando dalla porta principale.

Cosa vuol dire oggi essere un discografico?
Discografico oggi è una parola grossa, nel senso che il modello di business è cambiato e non sappiamo ancora quale sia quello nuovo. Il discografico oggi è più un produttore, un manager. Già come fecero tempo fa certe etichette indipendenti, oggi i discografici si stanno muovendo in un settore che abbraccia a 360 gradi l’attività di un artista, vale a dire che una volta si occupava di trovare gli artisti, produrli, pubblicizzarli e distribuirli, oggi invece diventa qualcosa di più. Il supporto fisico non è inesistente, ma ha un valore decisamente inferiore a quello che ha avuto fino a tre o cinque anni fa, e per questo si devono cercare altre risorse, che sono nel merchandising, nel live, nello sfruttamento di immagine e quant’altro.

A questo punto si può anche fare a meno del discografico?
Questo dipende dalla tipologia dell’artista. I fatti stanno dimostrando che i grandi artisti, i primi venti della classifica per intenderci, in qualche modo sono parzialmente autosufficienti e hanno bisogno di una casa discografica intelligente, nel maggiore dei casi una major, che li distribuisca in modo adeguato e che organizzi in accordo con loro marketing e comunicazione. Sempre più questi artisti sono produttori di se stessi, investono e producono il master del loro disco, di cui poi diventano proprietari. Mentre per artisti medi e piccoli la casa discografica è importantissima, perché deve finanziare anche il progetto artistico, vale a dire pagare la registrazione dell’album, gli orchestrali, gli arrangiatori, i produttori e così via. L’artista big, invece, se lo può fare per conto suo e questo gli dà modo di avere una percentuale molto più alta dalla casa discografica.

Tu hai iniziato negli anni ’80 e all’epoca la figura del discografico era decisamente diversa.
Sì, ma era tutto diverso. Prima di tutto era molto divertente, c’era un’atmosfera completamente diversa, c’era tutto un mondo da scoprire che stava crescendo. Ho iniziato che non c’era ancora il compact disc, ho vissuto l’entusiasmo dell’arrivo di questo nuovo supporto, che ha tirato su le sorti dell’industria discografica, ha alzato i margini, dando anche all’industria la possibilità non solo di moltiplicare i propri introiti e le proprie potenzialità, ma di lavorare sulla scoperta di nuovi talenti. Adesso è un po’ più difficile perché essendoci le risorse ridotte, bisognerebbe sempre giocare un po’ a colpo sicuro. Molti artisti che conosciamo e che oggi sono di notevole statura sono diventati importanti al secondo o al terzo album, questa è una cosa che oggi l’industria discografica non si può più permettere. Si arriva al punto che se un arista sbaglia il primo disco, poi difficilmente viene ripescato.

Non se lo può permettere in termini economici?
Sì, ma anche in termini di tempo, perché gli organici sono ridotti, però direi fondamentalmente in termini economici. La parte dedicata alla ricerca è sempre più ridotta, normalmente ci si concentra di più sugli artisti consolidati e sulle priorità, al punto che se questi artisti non sono pronti con un album nuovo di pezzi originali, viene proposto loro di interpretare canzoni di altri, e questa si è dimostrata comunque un’ottima idea, che dà spesso risultati a livello qualitativo molto importanti. Artisti e interpreti che erano abituati a cantare canzoni originali oggi si ritrovano quasi tutti, se non hanno il disco pronto, a interpretare brani famosi altrui. E’ un nuovo genere che è nato per soddisfare anche un’esigenza di budget, che però ha dato anche risultati sorprendenti dal punto di vista qualitativo.

Non pensi che questo possa farci incorrere in due rischi: nel caso dell’artista già affermato, di soffocare l’ispirazione; nel caso dei giovani artisti, di perdere l’occasione di conoscere il De André di domani?
Ah certo, qui il rischio è enorme e il momento della crisi è straordinario. Al di là di questo i giovani artisti, sgomitando, prima o poi ce la fanno comunque, organizzandosi anche per proprio conto con situazioni un po’ più indipendenti; addirittura oggi ci sono siti Internet dove si comprano a cinque dollari le azioni per produrre un disco di un gruppo in cui si crede, ma questi sono casi estremi. Sì, il momento è tragico, è un momento di grandi cambiamenti e credo che, in quest’ottica, si stiano organizzando tutti in maniera un po’ alternativa, in modo da non contare solo sul prodotto fisico, che ormai non garantisce più la possibilità di stare in piedi, soprattutto per aziende grandi. Il momento, però, è faticoso per tutti, siamo in salita. E trovare spazio per la ricerca, che era affidata soprattutto agli indipendenti, adesso per motivi contingenti diventa più arduo. Normalmente gli indipendenti facevano molta ricerca e poi si arrivava a un certo momento in cui l’artista sfondava e finiva inevitabilmente in una casa discografica maggiore. Questo un po’ per una legge di mercato e un po’ perché a volte c’è bisogno di fare un passo più importante. Non sono nonostante tutto pessimista, i momenti di trasformazione portano sempre a delle rivoluzioni e a dei cambiamenti che dovrebbero essere positivi, almeno lì dove c’è la qualità e dove c’è la sostanza.

In questo scenario tu riesci a resistere alla tentazione di poter puntare su qualche giovane artista?
Se senti qualcosa in cui credi, non è che ti tiri indietro, è chiaro che adesso bisogna stare più attenti. Prima se una cosa era anche solo bella, ci si buttava con facilità, adesso oltre a essere bella bisogna trovare una motivazione per la quale i conti prima o poi tornino. E in quest’ottica bisogna avere con l’artista, soprattutto con i nuovi sui quali si investe, un rapporto di partnership, essere partner su tutto: nei live come in tutte le altre attività, nel merchandising, che è una voce che non ha subito flessioni, come nella produzione musicale anche in Rete.

Qual è il tuo punto di vista sulla diffusione musicale in Internet?
La Rete è una zona di diffusione, è più un fatto sociale di scambio di informazioni, di file. Io non credo che al di là dei dati che vengono riportati, riuscirà mai a compensare la caduta della vendita del supporto fisico, perché ormai la Rete ci si è abituati a frequentarla in tutt’altro modo e non come un negozio. E’ un momento sociale di scambio, nient’altro di più. Quindi è, sì, una grande opportunità, ma è anche un limite, perché davanti a miliardi di file uno si trova un po’ in difficoltà, se non è avvisato a monte o a valle di andare a cercare un determinato gruppo nuovo. Per un gruppo nuovo l’opportunità offerta dalla Rete è buona, perché sei in contatto con il mondo, ma sei in mezzo a un mare di altri nomi e situazioni che possono soffocarti. Per cui anche lì c’è un limite. Il vantaggio è che sulla Rete si stanno un po’ mischiando i ruoli e la cosa è interessante, chissà che cosa ci porterà, nel senso che il fruitore e consumatore delle volte diventa anche produttore, l’artista è produttore di se stesso e anche discografico, insomma è un momento un po’ confuso, però come diceva un tale “c’è tanta confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”.

Questa confusione dei ruoli, però, porta molta gente ad andare oltre le proprie competenze, e la qualità è la prima a rimetterci.
Sì, dipende come al solito dalle persone e di come ci si organizzerà in futuro. Però credo che chi si occuperà di musica lo farà veramente a 360 gradi, immagino le grandi realtà discografiche come strutture che si occupano un po’ di tutto, divise nei vari settori: live, merchandising, produzioni televisive, radiofoniche, musicali e quant’altro. Quindi le vedo più come strutture distributive e di marketing, che come strutture di ricerca di talenti e di direzioni artistiche. E questo perdere la parte artistica all’interno delle grosse strutture è comunque un fenomeno che è iniziato qualche anno fa. Poi ci sono le eccezioni, perché le aziende vengono fatte dalle persone, e ci sono persone giuste e sbagliate, persone di talento e gusto e persone mediocri.

In questo quadro in che acque naviga Radio Fandango?
Beh, Radio Fandango è in un momento di ripensamento, nel senso che con Domenico Procacci ci siamo parlati prima dell’inizio dell’estate e abbiamo deciso, per i motivi che ho appena detto, che non conviene andare avanti come abbiamo fatto finora, con entusiasmo e con tutte quelle produzioni che abbiamo realizzato. Per cui io mi stacco temporaneamente e Radio Fandango andrà avanti nella produzione di colonne musicali. Le produzioni artistiche, in quanto tali, per il momento vengono interrotte.

Vista la tua esperienza mi piacerebbe che dessi qualche consiglio a chi oggi ha l’ambizione di fare il discografico, ma prima dicci cosa ha spinto te a fare questo mestiere negli anni ‘80.
Una grande passione che avevo sin da ragazzino, che mi ha spinto a rispondere a un annuncio sul Corriere della Sera, così da Imperia mi sono trovato per varie vicissitudini a Bologna e poi a Milano. Consiglierei comunque quello che serve sia ai discografici che agli artisti e ai musicisti: di tenere duro e di studiare, di essere curiosi, di interessarsi di tanto e di tutto, di ascoltare tanta musica, di leggere tanto, di guardare tanti film, di tenersi aggiornati e poi la cosa importante è avere una visione, un’idea di che cosa si può fare su una musica che si sente. E poi ci vuole come al solito anche una buona occasione di fortuna.

Quindi è ancora un mestiere da consigliare?
Sì, ma con prudenza. Consiglio piuttosto di pensare a quelle che sono le nuove figure: l’editore musicale è fondamentale, perché i diritti si continueranno a pagare anche se la musica è liquida e non più solida; il manager; l’addetto al merchandising; l’organizzatore di concerti, di festival e di eventi, magari inventandosi dei modi nuovi per trovare artisti giusti, visto che musicisti e bravi artisti continueranno a esserci per sempre. Per cui bisogna essere solo un po’ curiosi. Artisti ispirati ce ne sono e direi che è intorno a quelli che deve muoversi la nuova figura del discografico e diventare quello che si occupa di loro a tutto tondo.

Prima hai detto di aver risposto a un annuncio sul Corriere della Sera. Come andò?
Cercavano un addetto alla promozione sul territorio: “Nota casa discografica cerca residenti a Bologna, militesente, lingua inglese, auto propria”. Io non avevo nessuna delle quatto caratteristiche, però proprio per il mio entusiasmo ho spiegato che sarei andato a Bologna, mi hanno dato fiducia e ho fatto quello che dovevo: ho imparato l’inglese, ho comprato la macchina e ho iniziato a lavorare in giro per l’Italia per le Messaggerie Musicali, la CGD, e poi sono andato a Milano e fortunatamente ho incontrato Caterina Caselli, che mi ha insegnato una buona parte delle cose che ho messo in pratica nel tempo.

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