Pacifico, idee spesse e penna sottile

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Pacifico su PopOn

Intervista di Nicola Cirillo

Gino De Crescenzo (Pacifico), classe ’64, ha il merito di aver trovato una nuova declinazione della canzone d’autore italiana. Elegante, poetico, ironico, capace di intuizioni musicali e letterarie originali, nel giro di pochi anni è diventato un autore di riferimento per alcuni tra i più grandi interpreti italiani (Ornella Vanoni, Gianna Nannini, Gianni Morandi, Andrea Bocelli, Samuele Bersani), senza trascurare il suo percorso di cantautore. Lo abbiamo incontrato al termine della presentazione del suo nuovo cd Dentro ogni casa. A PopOn ha raccontato

molto del suo lavoro, aspetti curiosi del suo processo creativo e le relazioni con Sanremo, l’industria discografica e il mercato.

Un sondaggio di Facebook proposto dalla nostra rivista ti mette al secondo posto (dietro solo a Vinicio Capossela) tra gli artisti che gli internauti vorrebbero a Sanremo. È solo un esempio dell’affetto che ti circonda. Come ti spieghi questa popolarità cresciuta, stranamente, in un periodo di “silenzio” discografico?

Davvero? A essere sincero non ho letto del sondaggio, ma mi fa molto piacere. Poi dietro Vinicio, che è di per sé fuori da ogni classifica! Non so, probabilmente le mie canzoni hanno bisogno di un po’ di tempo per essere assimilate, il risultato di un lavoro fatto privilegiando la qualità e la passione. Poi certo ha influito il successo del disco di Gianna Nannini o la partecipazione al programma di Fabio Volo.

Finalmente, però, ora torni con un nuovo album. Ci racconti cosa c’è di nuovo?
Cosa c’è di nuovo? (ride, ndr) Quando eravamo al lavoro con Silvio Masanotti gli ho detto esplicitamente: “vorrei che ci fossero molte novità”, e lui mi ha risposto “Molteno Vitali? Chi è?”. Da quel giorno il fantomatico “Molteno Vitali” è diventato il protettore del disco, e l’ho inserito anche nei ringraziamenti. Scherzi a parte, le vere novità derivano soprattutto dalla Sugar, che mi ha messo a disposizione professionalità come Roberto Vernetti e Vittorio Cosma. Il primo, molto rigoroso, ha mantenuto fino alla fine il suo rigore e mi ha aiutato a mantenere il disco in equilibrio tra l’acustico e l’elettronico. Vittorio Cosma ha ampliato ogni idea armonica, per un risultato che mi piace molto. L’altra vera grande novità è nei testi. Mi sono reso conto di quanto possa raccontare di sentimenti. Ho sempre avuto paura dell’immagine del cantautore “pop”, ma col tempo ho visto che invece le persone si lasciano toccare dalle canzoni che sembrano “personali”.

Ti faccio alcuni nomi: Wim Wenders, Nanni Moretti, il crepuscolarismo letterario. Sono riferimenti culturali “consapevoli” del disco?
Non saprei, forse c’è un abbandono, un desiderio. Sinceramente non so. A differenza di Samuele (Bersani, ndr) che cerca in tutti i modi di non ripetere la stessa parola nelle canzoni, io non ci faccio caso. Ma così, guidato dalla sua ossessione, ho notato che una parola che ricorre spesso in quest’album è “fuori”. Come se ci fosse un desiderio di guardare fuori, un abbandono, un languore, che però non è cupo, non è depresso. E’ un sentimento protettivo, come in Wenders forse, uno sguardo dall’alto. La stanza del figlio (di Nanni Moretti, ndr), invece, è un film che ho amato molto, ma non so se la canzone Un ragazzo, a cui credo tu ti riferisca, ne sia stata ispirata. Sono un consumatore onnivoro di libri e di film, ma non sono sicuro dei miei riferimenti culturali. Sono sicuro di quelli emotivi che forse coincidono con quelli di questi autori che citi.

Quale strumento usi per comporre?
Chitarra e pianoforte. Suono meglio la chitarra, ma per scrivere uso molto il pianoforte. In genere con la chitarra scrivo i pezzi ritmicamente più sostenuti, più maschili diciamo. Se si può indicare col sesso la scrittura di una canzone, direi che il pianoforte svela la parte più femminile, la chitarra quella più maschile. Ci sono cose che toccano la sensibilità femminile nel modo di descrivere i sentimenti. Io spesso mi appoggio al pianoforte, mi dà conforto, mi piace l’armonia che ne viene fuori, anche se non lo so suonare molto bene. Invece la chitarra tira fuori un lato apparentemente più duro.

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Il processo compositivo nasce dalla musica, quindi?
Sai, quando nel 2001 ho capito che riuscivo a scrivere anche dei testi, ho cominciato a scrivere decine e decine di fogli, li riempivo di metriche, e poi qualche volta gli associavo la musica. Una cosa inusuale per me, ma poi l’ho governata con più attenzione. Posso dire che quando ho una frase che mi piace tendo a farla crescere insieme con la musica.

Dimmi una frase che è diventata canzone.
Ce ne sono diverse. Nell’ultimo disco, ad esempio, c’è una canzone che è Il fuoco acceso del cuore. Stavo parcheggiando quando mi è venuta in mente una frase e ho cominciato a cantare “se il mio destino è guardarti negli occhi”. Vai a capire da dove ho pescato questa cosa. Però sentivo già la musica che veniva su, e arrivato a casa mi sono messo al pianoforte. Anche Tu che sei parte di me è nata così, senza strumenti. Altre volte mi capita anche di voler “riprendere il filo”: mi metto a suonare una mia vecchia canzone e da lì viene fuori qualcosa di nuovo, correlato in qualche modo a quella canzone. Comunque anche la disciplina della scrittura è importante. A volte il desiderio di esprimermi mi fa scrivere e mail lunghissime ad amici (malcapitati!). Ma in questo modo mi riapproprio di un linguaggio, di parole che nei rapporti quotidiani non usiamo, non ci servono. Per descrivere una gamma ampia di emozioni, invece, il lessico è importante. Così cerco di riprendermi una parte di linguaggio. A volte comincio a scrivere cercando rime, assonanze, poi piano piano mi libero da ogni censura stilistica e si sbloccano gli aggettivi, trovi le giuste parole o ti accorgi semplicemente che gli oggetti che hai sotto agli occhi possono assumere molti significati diversi.

Come si concilia la tua scrittura fatta di delicatezza con la retorica classica di alcuni artisti con cui collabori? Penso a Bocelli, Vanoni da un lato e Frankie Hi Nrg Mc dall’altro…

Quello che ti ho appena descritto vale soprattutto quando scrivo per me. Quando scrivo per gli altri il linguaggio è un po’ sorvegliato. In genere comincia così: ci incontriamo e io chiedo “di cosa vuoi parlare?”, mi atteggio un po’ come un dottore. Le persone con cui ho collaborato, in maniera diversa, chi più enigmatica, chi più emotiva, si lasciano toccare molto dalle parole, ma quando scrivo per gli altri non gli offro un testo, ma innanzitutto ascolto. Scrivere per gli altri mi aiuta molto, mi tiene attivo nella scrittura. Sai, per me è molto complesso scrivere dopo un periodo di pausa. E questi periodi capitano, perché quando finisci un disco, parte la promozione, cominci il tour, magari ti concedi una piccola vacanza, e ti scordi della scrittura. Le canzoni di questo disco, invece, sono nate proprio mentre scrivevo anche per altri.

Come sono nate le tue collaborazioni? Ad esempio quella con Gianna Nannini: chi ha chiamato per prima?
Dipende. Spesso, soprattutto all’inizio, io mi sono proposto per primo. Nel caso della Nannini è stata lei a chiamarmi.

Caterina Caselli nel passato ha promosso le collaborazioni tra i suoi artisti. Aumenteranno le occasioni di sentirti in duetto?
Non credo, avrebbe già potuto agevolare questo tipo di lavoro. So che invece vuole usarmi con parsimonia. Semmai il problema può essere il “grande successo”. Quello è un evento che scombina le carte. Sai, io avevo mandato a Caterina Caselli Tu che sei parte di me, registrata prima che Gianna portasse il suo intervento, e Un ragazzo, che è una canzone particolare. Sinceramente credevo che alla Caselli sarebbe piaciuta soprattutto la prima, e invece è rimasta entusiasta della seconda e mi ha detto: “Finalmente uno stile cantautorale”!

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Nel nuovo cd mancano i personaggi fumettistici? Il faraone, King kong, l’elefante? Dove sono finiti?

Beh sì, questa è una scelta che ho fatto da un po’, ma non so se è duratura. Ho una grossa passione per i supereroi e l’ironia in effetti, è un registro che conosco, ma ho preferito fare un lavoro più omogeneo, un discorso continuo, con una sua atmosfera. Pensa, avevo anche scritto degli intermezzi tra le canzoni, ma poi mi sono detto: “Perché sparare sempre in mille direzioni?”. Ho preferito fare una fotografia precisa di un momento, e ho visto che anche tutti gli altri collaboratori erano su questa linea. Avevo pensato a una ghost track, ma spezzava un po’ il clima del disco. Così da i-Tunes abbiamo messo a disposizione una versione del disco con una traccia aggiuntiva: L’inverno non c’è più, che è un brano ironico. Si può scaricare anche singolarmente. Una piccola concessione all’ironia.

Ma le canzoni le hai scritte tutte adesso, rispecchiano la tua situazione attuale?
Guarda, il disco lo stavo realizzando da solo. Avevo molte pressioni e molti consigli su come realizzarlo, ma avevo scritto già molte canzoni e le stavo registrando per fatti miei, in uno studio. Quando è arrivata Caterina Caselli io avevo già registrato dodici canzoni, ma poi nel disco ne sono finite solo quattro.

E quegli otto “figli sfortunati”?
Faremo qualcosa anche per loro (ride, ndr). Non sono sfortunati. Avranno solo un destino diverso. Voglio utilizzarli. Ho la tentazione di renderli disponibili gratuitamente sulla rete. Credo che l’artista debba essere generoso, soprattutto ora che il consumatore di dischi ha un potere maggiore nel decretare davvero il successo di un disco.

Quindi il web ha fatto più bene che male alla musica? In classifica oggi ci sono i cantautori e molti cd di De André…

Forse è un effetto virtuoso della crisi. Esiste un pop di livello medio, che è stato fatto per anni. Si è ceduto il pop a mestieranti sicuramente abili, ma cinici. Invece l’altra sera guardavo un film di Truffaut che era di un’eleganza! E mi veniva facile il paragone con una canzone. Tu puoi dire “piove e mi manchi”, ma in molti modi diversi, anche in modo aggraziato e commovente. Invece negli ultimi anni ci siamo disabituati a questi modi, proprio perché c’è stata quest’appropriazione del pop da parte di persone che credono di poter orientare i sentimenti e dicono “scriviamo questo, così si commuovono”. La crisi ha distrutto questo tipo di personalità. Persone che avevano un ritorno, perché avevano soprattutto una grossa forza di immagine. Oggi invece devi avere tantissimo, devi essere una persona in gamba, saper cantare, scrivere…

ll canto è sempre stato un tuo cruccio. Molti hanno criticato il tuo modo di cantare.

Io ho cominciato a cantare tardi. La prima volta che ho cantato in pubblico è stato al Premio Tenco… e ho cantato in uno stato…! E in questo stato ci sono stato a lungo, ma mi sono divertito.

Ora cos’è cambiato? Hai preso lezioni di canto?
Sì, per la prima volta. Però non voglio che ci sia un malinteso. Io non sono diventato un cantante! Conosco i “cantanti” e so cosa vuol dire essere un cantante, il talento e il lavoro che c’è dietro. Possiamo dire che ho “cominciato” a cantare in un modo più vicino al mio parlato e così è diventato meno spaventoso andare a cantare in pubblico. La cosa nuova è che ora sento la mia voce quando canto, anche in casa! Ti sembrerà strano, ma prima non la sentivo, la tenevo trattenuta nella bocca. Ora a dire il vero, quando canto, devo ancora sforzarmi di ricordare che devo tirarla fuori. Prima di salire sul palco mi esercito. Sentire la mia voce è una sensazione nuova e bella, è come tirare fuori una “parte di sé”.

Magari questo ti condizionerà anche nella scrittura.
Penso proprio di sì.

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Come ti senti nel cantare gli altri?
E’ una cosa che ho fatto poco. Ho partecipato a un tributo a De André, ma è difficile fare cover. Poi soprattutto con De André… cosa vuoi fare? Molti studiano, cercano di fare il suo stesso lavoro sulla pronuncia, sugli accenti, intorno alla parola, ma con risultati che non sono convincenti. Le “imitazioni” sono le cover meno riuscite. De André è De André. Resta quello che ha fatto lui.

Lo hai conosciuto?
Sì e naturalmente ne avevo soggezione. La sua faccia, il suo carisma mi mettevano in quella situazione. Stava registrando Anime salve. Eravamo in sala di registrazione. Finì il pezzo e mi accorsi che mi studiava: voleva capire chi ero e se avevo capito la sua canzone. Entrò il barista e gli chiese se aveva capito una determinata frase, poi lo chiese a me. In non riuscivo ad argomentare, tanta era la soggezione. Per lui era fondamentale che tutti capissero quello che cantava. Lui non sapeva niente di me, ma era necessario accertarsi che io capissi. Aveva una grande forza, l’autorevolezza, il talento. Quello che usciva dal suo estro lo perfezionava e lo portava a compimento. Proprio per questo non credo ci siano tanti suoi inediti.

Anche tu sei un perfezionista?
No, io scrivo di getto, moltissimo. Ho il terrore di essere retorico, ridondante, per questo poi lavoro di cesello. Ma considera che ho una quarantina di canzoni nel cassetto.

Oltre alle canzoni del nuovo disco nei concerti proponi sempre L’incompiuta e Solo un sogno. Le ami particolarmente?

Sì. L’incompiuta mi piaceva moltissimo. La misi come prima traccia nel cd precedente, proprio per dargli una certa luce. C’è dentro una serena accettazione dei propri limiti. Gli ho dato un andamento a filastrocca, un modo di trattare l’argomento con giocosità. Temevo fosse un brano “strano” e invece molti l’hanno apprezzato. Solo un sogno è una canzone importante per me. Ricordo perfettamente quando l’ho scritta e ancora adesso quando la canto e non sono troppo “vigile” rivivo quei momenti. Devo alienarmi un po’ dalla canzone: guardo il pedale, il leggio, mi estraneo, altrimenti rivivo tutto, il luogo dove l’ho scritta, il clima che c’era. Una canzone che è nata già così, sentivo già quegli arrangiamenti. C’è dentro un travaglio, un vago sentimento di morte, o meglio di separazione. Una situazione che è successa e mi risuccederà concretamente, chissà quante volte. Ma a prescindere dal concreto è una cosa che senti dentro, quando una cosa si stacca, finisce e c’è un dolore per cui non puoi fare nulla. Anzi preghi quasi che finisca perché non ce la fai con le tue forze a sopportare.

Ci sono degli artisti che secondo te sono sottovalutati o che per te sono fonte di crescita, ispirazione.
Diciamo che sono cresciuto molto grazie a Vittorio Cosma. Mi sorprese avere la sua stima quando suonavo coi Rossomaltese. È stato sicuramente importante per me che un grande professionista come lui trovasse qualcosa di buono nella mia musica. È un punto fermo della mia crescita. Qualche anno fa, invece, a Castiglioncello ho assistito a uno spettacolo di Bobo Rondelli, un matto, imprevedibile (e anche inarrivabile, per certi versi). Restai davvero ammirato dalla sua arte. Per un momento pensai “vorrei essere come lui”, anche se non tutto lo spettacolo fu all’altezza di alcuni momenti specifici di grande classe.

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Lirismo, sentimenti, ma le tematiche sociali le lasciamo a Povia?
Guarda, quella di Povia a Sanremo è una polemica stramba. Ma poi è uscito il testo della sua canzone?

Indiscrezioni. Nella migliore delle interpretazioni il senso è quello del “ravvedimento” dall’omosessualità.
Io non amo quel genere di canzoni, perché non mi sembra aggiungano tanto. Preferisco parlare di amore tout court. Ma in questo caso specifico bisogna stare attenti. Non so come spiegarmi: io abito a Milano, dove c’è una grossa rappresentanza gay soprattutto nell’ambiente musicale, artistico. Una comunità forte, autorevole, che si è ritagliata uno spazio libero, non condizionato. Ma non è così dovunque. Magari Povia ha scritto la canzone con sincerità e poi si è ritrovato nelle mani, oltre che una canzone, un caso sensazionale. La cosa che temo è che se un ragazzo è gay in un piccolo paese del Sud, e si deve nascondere e ha problemi di accettazione… ecco, se tu cantante dici cose di quel tipo, con una diffusione tra classi sociali medie, puoi fare del male. Io non credo che Povia voglia fare del male, magari vuole fare discutere, vuole un confronto sull’argomento, ma se sei lucido, sai che Sanremo è visto soprattutto nel Centro-Sud e tra classi sociali medie: se la canzone veramente vuol dire “era malato ed è guarito” può fare del male.

Raccontaci la tua esperienza di Sanremo. Era il 2004, vero?
Sì. Non è stato facile. Tutti mi dicevano “devi stare al gioco”, ma è stata dura. Non sapevano come utilizzarmi. Volevano farmi passare da “intellettuale” (quindi con interviste nelle librerie e cose simili), ma io non ero un intellettuale. D’altra parte a quarant’anni non ero neanche un “giovane”. Una Tv delle Marche mi disse “vorremmo sdrammatizzare il tuo personaggio, possiamo farti un’intervista giocosa?”. Per “stare al gioco”, ovviamente dissi di sì. Mi ritrovai a essere intervistato con una gallina viva in braccio. Capisci? Considera anche che le persone con cui lavoravo erano rimaste deluse dalla mia fragilità sul palco e dall’esibizione della prima sera e lo percepivo in ogni momento. C’era molta tensione. Non era facile per me cantare sul palco con cento musicisti alle spalle. Insomma mi è mancato un apprendistato come cantante: non ero pronto. Avevo una canzone più grande di me. Ricordo che durante le prove c’era qualcosa che non andava; ero preoccupato, dicevo: “C’è qualcosa che non funziona”. Alcuni sentivano nelle mie cuffie e mi dicevano ”hai ragione: non puoi cantare in queste condizioni”, ma altri mi tranquillizzavano, e così mi sono convinto che fosse solo paura e che l’adrenalina mi avrebbe aiutato il giorno dell’esibizione. Invece andò male. L’indomani mi svegliai tramortito, come se avessi preso pugni in faccia la sera prima. Pensa che ero uscito a fare una passeggiata; ero esausto e ho trattato con gentilezza, ma sbrigativamente, un ragazzo che si era avvicinato per farmi i complimenti. Dopo mi dissero che quel ragazzo era Raul Bova. Lui molto gentilmente si rifece vivo e mi scrisse un bigliettino dicendomi che si era commosso per la canzone.

Quest’anno non ci hai provato con Sanremo?
No, e ringrazio la Sugar per aver pensato a un altro tipo di promozione. Mi hanno detto che lavoreremo tutto l’anno sul disco e ne sono contento. Con la crisi che c’è nella discografia essere così seguiti mi riempie di stupore e di contentezza. Soprattutto perché questo è il mio quarto disco e sapere che c’è una nuova agenzia di spettacolo che mi rinnova la stima, vedere entusiasmo intorno a me, qualcuno che ci crede, beh non può che farmi contento. Un po’ certo dipenderà da me, ma mi sento anche molto fortunato.

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