Massimo Priviero, vivere di rock

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Massimo Priviero su PopOn

Intervista di Nicola Cirillo

Vent’anni di musica sono un traguardo importante per un artista. Lo sa bene Massimo Priviero, rocker italiano che a questo traguardo ci è appena giunto e ha bel pensato di festeggiarlo con un disco intitolato Sulla strada. PopOn non poteva non incontrarlo per fargli gli auguri e per farsi raccontare cosa vuol dire vivere di musica, tra esperienze e responsabilità.

Massimo, il tuo nuovo lavoro discografico, Sulla strada, ripercorre vent’anni di carriera. Quali sono state le esperienze più significative?
Quanto tempo ho? (ride, ndr). In effetti Sulla strada sottolinea proprio vent’anni trascorsi tra rock e poesia. Le esperienze più significative sono proprio lì, tra quelle canzoni. Possiamo dire che è un “best of”, ma risuonato, canzoni reinventate, un po’ più vicine a come le presento oramai nei concerti. Poi ci sono tre inediti. Ripercorrono un po’ tutti i momenti più importanti, le esperienze dei successi da classifica, ma anche i momenti in cui ho scelto di allontanarmi da certi circuiti, forte di uno zoccolo duro di ascoltatori che mi ha sempre sostenuto. Altre tappe importanti le segnerei nella collaborazione con grandi artisti come Little Steven o David Crosby o la formazione con la beat generation (alla quale ovviamente allude il titolo del disco, omaggiando Jack Kerouac).

Dici “rock” e “poesia” e spesso usi questi due termini. L’album precedente si intitolava proprio “Rock e poems”. Vuoi spiegarci la relazione tra queste parole? Esiste una dicotomia?
Io mi sono sempre prefissato di fare una musica di buona qualità. Non accetto l’idea che un cantautore non possa essere rock, o vicevera un rocker non possa dedicarsi alle liriche con la stessa intensità di un poeta. Certo non è che uno si riconosce “poeta”: se lo chiedi a me posso dirti al massimo che sono un musicista, ma che tenta di liberare la sua musica rock da alcuni stereotipi, come lo slogan o la pura invettiva. Nella musica può generarsi della poesia.

Che funzione ha il rock? Deve essere “utile”?
È un discorso emozionale. Il rock deve smuovere delle emozioni. Però nel contempo deve anche essere fisico: pensa alla fisicità che riusciva a toccare Elvis! Si possono smuovere delle coscienze in 3-4 minuti? Io penso di sì. Col rock dovrebbe essere possibile.

Massimo Priviero su PopOn
Uno dei tre inediti del nuovo disco si intitola Bellitalia, e si inserisce un po’ in questo discorso: è un tentativo di fare luce sul livello culturale italiano in declino?
Guarda, Bellitalia denuncia il mio grande amore e la mia grande rabbia per l’Italia. Io mi sono formato su Dylan, su Neil Young, Bruce Springsteen, ma ovviamente sono nato e cresciuto in Italia, non nel New Jersey o in California, per questo nella mia vita e nella mia musica c’è l’Italia. Purtroppo c’è quest’Italia che sta andando verso una deriva culturale senza precedenti. Non riusciamo ad affermare i nostri valori, quelli che ci hanno fatto crescere e che ci hanno risollevato dal disastro in cui eravamo, ad esempio, dopo la seconda guerra mondiale. Dovremmo recuperare quei valori come la solidarietà o la tolleranza, che purtroppo oggi prevalgono solo in settori di nicchia o legati a momenti emotivi molto forti, vedi la tragedia abruzzese.

Come artista non senti anche un po’ di responsabilità nella deriva culturale di cui parli?
Facendo tara dei discografici, degli editori, dei giornalisti, etc..? Sì, credo che gli artisti abbiano una grossa responsabilità, come quelle figure che ti citavo prima. E la responsabilità è maggiore quanto più l’artista ha visibilità. Un’azione di cambiamento promossa da un grande nome, che ne so, ti dico Vasco (ma è un esempio, eh!), può avere un grosso impatto.

La tua esperienza con i discografici è passata anche attraverso momenti poco felici…
Tra i discografici ci sono persone illuminate, come pure persone senza scrupoli. Ma, guarda, io non volevo neppure fare dischi. Mi ci sono ritrovato. Io suonavo e scrivevo. Poi è successo che mi sono ritrovato a fare dischi e a vivere di musica e per fortuna continuo a vivere di musica da venti anni. Ma poi quando ascolti la radio, con tutto quello che passa, ti chiedi “di chi è la colpa”? Del discografico che ha prodotto quella canzone, del cantante che l’ha incisa, del radiofonico che la passa? E meno si vendono dischi più il potere dei discografici è forte.

Spiegaci meglio questo concetto.
Beh, sembra un paradosso, ma è così. È un po’ complesso. Il business discografico si fonda in Italia su dieci nomi che sappiamo: Ligabue, Pausini, Zucchero, etc. Il resto è polverizzato. Se io vendo 7mila copie o 12 mila, per la casa discografica è ininfluente, perchè non è lì il suo business. La sua sensibilità è rivolta al grande nome che ne vende 500mila o 700mila copie, non sul bel disco.

Ce ne sono di bei dischi in Italia? Quali sono i musicisti che dovremmo “comprare”?
Se proprio devo dirti un nome c’è un personaggio che…

Fermati. Non dire De Andrè: quello lo diamo per scontato.
(Ride, ndr) Mi hai letto nel pensiero! Vabbè, però resto su nomi storici. Mi viene in mente Fossati, poi sempre per restare nella mia generazione direi Capossela, e… non so. Bastano Fossati e Capossela?

Massimo Priviero su PopOn
Cosa è cambiato in te in questi venti anni e cosa è rimasto uguale?
Direi che ho avuto, com’è naturale, una progressiva perdita di ingenuità. La mia poetica, il mio modo di fare musica hanno trovato un equilibrio. Di uguale mi è rimasta l’innocenza, che è diversa dall’ingenuità che ti dicevo prima, è piuttosto quella sincerità nel fare le cose, quel salire sul palco e sentire la stessa energia, la stessa emotività.

A proposito di palco, stai preparando una tournée per promuovere Sulla strada? Con quale formazione ti esibirai?
Beh, sì. Per ora farò degli showcase alle FNAC. I prossimi sono quelli di Torino e Milano. La formazione sarà adeguata alle esigenze del momento o al locale in cui ci esibiremo. La full band prevede due chitarre più la mia, piano, batteria e basso, mentre per la formazione acustica ci saranno due chitarre, piano e violino.

La voce è un tuo punto di forza.
Dici? L’uso della voce è una cosa che si è affinata col tempo. Io nasco come chitarrista, suonando Dylan in giro per l’Europa. Un ragazzo di provincia in giro da solo, accompagnato non dalla solitudine, ma dai sogni. Poi ho cominciato a tradurre in canzoni quei sogni.

Oggi si sta affermando l’idea che bastino un po’ di corsi per diventare artisti.
Bisogna capire cosa si intende per artista. Esistono molti musicisti che sono bravissimi tecnicamente, ma non sono artisti. Non tutti hanno quella “lucina” dentro che si accende. Esistono differenze tra un musicista e un orchestrale, no? Prendi invece uno come Keith Richards, che magari veniva anche preso per culo da chitarristi più virtuosi di lui. Beh, per me è un grande artista, un genio. È lui quello che si è inventato quel riff su Satisfaction, che è rimasto nella storia. È chiaro che devi sempre apprendere, migliorare. Io ho studiato, ho fatto corsi di chitarra, tentando persino il quarto anno di Conservatorio da privatista. Ho continuato a studiare fino a quando non ho avuto gli strumenti che mi servivano per quello che volevo fare. Poi ovviamente con l’esperienza ho imparato tantissimo. Ad esempio la collaborazione con Little Steven mi ha fatto imparare molto di più che qualunque corso. Quando collabori con altri artisti rubi sempre un po’ qualcosa e loro la rubano a te. Penso funzioni così.

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