Paolo Benvegnù, sana follia

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Paolo Benvegnù su PopOn foto di Silva Rotelli

Intervista di Nicola Cirillo

Si intitola 500 il nuovo lavoro discografico dei Paolo Benvegnù, e dopo un primo ascolto abbiamo deciso che vale davvero la pena farsi qualche chilometro per andarlo a sentire dal vivo. È così che – poche ore prima del concerto – incontriamo il cantautore nel backstage per una lunga e interessante intervista, “disturbata” da qualche fan che si avvicina per dichiarare la sua ammirazione. Paolo Benvegnù, già fondatore degli Scisma, musicista raffinato, straordinario interprete e produttore di talenti, è oramai un “maestro” della musica indipendente

italiana. Ha un sorriso e un abbraccio sincero per tutti, si ferma volentieri ad ascoltare chiunque e scopriamo che la rabbia “sociale”, espressa così bene nelle sue canzoni, è solo l’altra faccia di quella serenità personale che sembra oramai aver raggiunto. Con lui parliamo del nuovo disco, della sua esperienza nel progetto Il Paese è reale, delle difficoltà della diffusione della buona musica, ma su tutto trapela la sua schiettezza senza riserve. Quella che restituisce all’aggettivo “indie” il vero significato di musica libera, pura, senza compromessi.

Paolo, gli Ep stanno diventando sempre più diffusi? Perché anche tu hai scelto di far uscire un Ep e non un Cd?
Le ragioni sono tante. La prima è che i dischi sono come il libri: in un libro puoi narrare una storia, magari con altri racconti che sono corollari della storia. Quello che abbiamo fatto nelle ultime produzioni è stato proprio costruire un corpo centrale prima e poi tutto il resto. Se la storia si esaurisce in sei, sette canzoni nasce un Ep. Ci stiamo pensando anche per quando ristamperemo Piccoli fragilissimi film. Il futuro dei dischi è quello, una raccolta di brani, una serie di racconti. I dischi sono come i libri, che hanno un numero di pagine variabili, no?

Sei anche un lettore?
Non accanito, perché non ho molto tempo, neanche per dormire. In questi anni mi sono sfinito molto, ho fatto dischi, tante collaborazioni, ho prodotto dischi di altri, ma soprattutto ho impiegato il mio tempo nel cercare l’amore, l’amore assoluto, in me stesso e nelle persone. Quello che ho fatto e che faccio nei rari momenti liberi è passare del tempo con le persone che penso possano rappresentare questa cosa.

Paolo Benvegnù su PopOn

Come dice Ermanno Olmi: “c’è più verità in un caffè con un amico che in tutti i libri del mondo”
Eh già. Io ho bisogno di vita vissuta, perché tanta l’ho immaginata, per questo ora sono sul territorio.

In che senso l’hai immaginata?
Nel senso che il mio excursus è quello di una persona che ha sempre immaginato la vita, l’ha subita. Se non sei l’attore principale della tua vita, giocoforza non respiri il senso, l’essenza. Quello che sto facendo da dieci anni a questa parte è vivere ogni istante come se fosse l’ultimo. Ci ho messo tanti anni prima di comprendere questa cosa. Diciamo che io sono nato a 35 anni. Sì, ho fatto tante cose prima, con gli Scisma, ad esempio! Ma se guardo quella vita è una vita “per mediazione”: ero contento di stare con delle persone, di fare delle cose, ma fondamentalmente ero il carnefice della mia vita.

Anche oggi, come con gli Scisma, non ti presenti solo, ma come gruppo, i Paolo Benvegnu. La tua dimensione è nel gruppo? Hai il problema di affrontare il pubblico da solo?
(ride, ndr) Con gli Scisma sì, c’era un problema: non avevo il coraggio di affrontare tutto in prima persona. Coi Paolo Benvegnù il discorso è diverso: io scrivo la maggior parte dei brani e li canto, ma non avrei questo colore senza le persone che suonano con me. È una condivisione. In questo i Paolo Benvegnù sono più “gruppo” degli Scisma. Gli Scisma procedevano per obiettivi, nel nuovo gruppo invece l’obiettivo unico è la gioia. Quello era un gruppo di persone che non sapevano che fare della vita e il “gruppo” gli ha fornito un senso; i Paolo Benvegnù, invece, non si vedono sempre, ma quando si vedono hanno un’armonia unica, hanno un’energia… che va verso la gioia.

Obiettivo è la gioia. È questo allora anche il senso della frase di 500: “Non era un sogno, è tutto ciò che devi conquistare”?
Sì è tutto lì. Per me è personalmente importante! Mai come in quel pezzo sono riuscito a capire una cosa di questa vita meravigliosa, tormentata, avventurosa che ho avuto. E cioè “cosa c’è di più bello di più incredibile, saldo,… se non essere al centro di ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà”, ma con grande tranquillità, tutto questo scostato dall’ego, da me come centro.

Paolo Benvegnù su PopOn

C’è qualcosa di nuovo nella tua vita. Cosa è successo?
La consapevolezza. Sono passato in mezzo al dolore. Ci sono tanti tipi di dolore, come nell’amore, no? C’è quello filiale, quello materno, quello erotico.. Così anche il dolore. Io sono cresciuto in una famiglia in cui il dolore era allevato. Parte da lì il mio percorso: una persona piena di dolore…che si trasforma in una persona piena di gioia.. beh, è un bel percorso!

Quali sono le tappe più significative di questo percorso?
La prima è l’approfondimento del dolore: la gioia si comprende molto attraverso quello. Non necessariamente bisogna passare attraverso il dolore, ma aiuta, paradossalmente. Quando è morto mio padre è stato un momento importante, non avevo nemmeno diciotto anni. Da allora la mia vita è cambiata completamente: ho dovuto imparare a vivere un po’ da solo, anche se ho sempre cercato di stare insieme a qualcuno. Il secondo momento significativo coincide con un altro distacco: dieci anni fa dal lago di Garda, il luogo dove c’era la mia famiglia e le altre mie famiglie (gli Scisma e la famiglia della persona con cui sono stato per tanti anni, Michela). Da quando mi son staccato da lì, ho fatto tutto quello che potevo fare per diventare il più idiota o il più sano possibile e quello che è successo è che sono diventato completamente folle, ma mai così sano!

Te ne compiaci?
No, no. Non è che me ne compiaccio, è oggettivo: veramente sono matto! Nel senso comune, generale del termine. Perché uno dovrebbe fare quello che faccio io? Ad esempio perché uno non si deve far pagare per fare la produzione di un disco? Chi lo farebbe? Oppure, un altro sintomo è che mi sveglio la mattina e sono già felice. Chi vive questi stati? I matti, no? Ma poi chi sono i matti? Dino Campana, ad esempio, cosa aveva che non andava bene? Il fatto che si faceva le seghe sulle colline del Casentino? Ma ha mai fatto male a nessuno? Ligabue (il pittore) ha mai fatto male a qualcuno? No, eppure sono stati internati. Credo di essere folle, lo noto ogni giorno, in giro. Parlo della fisiognomica: quante persone bloccate ci sono? Io ne vedo otto su dieci. Io mi sento più libero, ma poi passo per folle. Se entro in un negozio e vedo che la commessa è “bloccata”, o vado alle poste e vedo in fila persone chiuse, bloccate, io mi accorgo che gli altri mi guardano come un matto. Forse sono solo libero. Forse la follia è proprio essere se stessi.

Paolo Benvegnù su PopOn foto di Federica Agamennoni

Il nuovo arrangiamento di Nel silenzio deriva da questo nuovo stato di folle serenità?
Forse sì, era precognitivo. Quel pezzo all’inizio non mi raffigurava molto. Poi in un anno si è dimostrato vero. Per questo l’ho ripreso e ho stemperato il senso di separazione netta che era evidente nella prima versione, forte di un’esperienza che ho avuto di recente.

Parli d’amore e di sentimenti, ma nelle tue canzoni prendi anche posizioni più politiche, come nel pezzo che hai dato a Manuel Agnelli per l’antologia Il Paese è reale, Io e il mio amore.
Sì, è un brano molto in linea con la canzone degli Afterhours. Ma anche quello di Marco Parente affronta l’argomento, in maniera diversa ma molto forte. Lui dice: “Quel che dico può bruciare”, che è anche una domanda che si pone un musicista: “Quanto può bruciare quello che dico?”. Ecco Marco è un avvisatore.

Ma come mai i più coccolati dalle major, invece, non prendono posizioni?
Me lo chiedo anch’io. Perché non lo fanno? Uno che scrive canzoni, è un custode un avvisatore della società. Chi scrive canzoni scrive per avvertire, pungolare, svegliare… Chi non ha una major alle spalle, inoltre, ha grossi problemi nell’esprimersi, perché quando non hai i mezzi per sostentarti, fai compromessi con te stesso e fai anche autocensura. Io l’ho fatta. Invece i grossi nomi vivono in altro mondo. Per dirti: metti conto che io sono un regista indipendente e vivo ogni giorno una realtà economicamente difficile. Quando ho fatto un gruzzolo posso produrre un film, un film che parla della mia realtà appunto, che racconta che pranzo con un trancio di pizza che costa un euro e trenta, che non mi permetto niente, né un viaggio né una giornata al mare. Come puoi pretendere che Salvatores faccia un film così? E’ lo stesso motivo per cui Christian De Sica è Christian De Sica. Tuo padre è Vittorio De Sica, tu ti svegli la mattina, hai cinque anni e a casa tua c’è Totò. Ti abitui a questa vita. Tornerà in Italia un intellettuale come Pasolini? Io penso di no. Oppure succederà che a novant’anni Vasco Rossi capirà tutti gli errori della sua vita e come Tolstoj vada a fare il pastore? No, non succedono queste cose perché ci si abitua alla vita che conosci più da vicino. Questo non vuol dire che io vorrei un mondo più spartano, ma che prima di tutto vorrei che nel mondo si desse prima da mangiare e da bere a tutti, e solo dopo magari pensare allo sviluppo tecnologico. Mi indigno quando nessuno dice queste cose.

Paolo Benvegnù su PopOn

Eh già, ci sono grossi nomi che riempiono i Palasport, come Vasco Rossi, Gianna Nannini. Ma è da un po’ che cantano solo amore…
Beh la Nannini, dico la mia, ha fatto un grande lavoro negli ultimi due anni e ha parlato d’amore in maniera talmente elevata da risultare politica. Si può fare politica parlando d’amore, in quel modo. Se invece penso a Vasco Rossi mi incazzo: ma come si fa? Non mi sento così saldo da dire “io in quella posizione farei qualcosa di diverso”. L’unica cosa certa è che io mi spingerei sempre al limite della mia possibilità di scrittura. A volte io l’ho toccato il mio potenziale massimo.

Quando è successo?
Beh, nella mia carriera credo di aver toccato questo limite nel Sentimento delle cose, Amore santo e blasfemo e La schiena. Ecco per me sono tre pezzi importanti.

E dei brani di 500 che ci dici?
500 è la storia di un’attesa. Un’attesa che è durata 500 giorni. Quando mi sono accorto che erano passati 500 giorni ho scritto il brano: è un altro pezzo importante per me. L’attesa è una cosa meravigliosa, è salvifica, carica di tensione e può essere anche malefica.

Attesa di cosa?
Di quello che ti dicevo prima, dell’amore assoluto.

Hai deciso di promuoverlo in maniera insolita: ad esempio il live via web tramite Livecast (vedi Notizia). Non è un limite affidarsi a un canale pensato esclusivamente per Internet?
Certo che è un limite, ma cosa possiamo fare? Il mercato è dopato. Questa promozione alternativa è frutto di una difficoltà che abbiamo nel trovare luoghi che ci facciano suonare Agli addetti ai lavori manca il coraggio! Ma è un peccato che un disco buono non venga promosso. Che ne so, penso a un gruppo di Città di Castello che si chiama Moleskine: ha fatto un disco intitolato Penelope, che secondo me è bellissimo. È terribile che esca un pezzo in più di Povia e nemmeno un pezzo da un disco del genere; questo mi dà noia.

Colpa anche della Tv?
L’influenza della Tv è enorme. È un fenomeno generalizzato, tanto nel sud Italia che al Nord; pensa che l’anno scorso ero nell’estremo Nord dell’Italia e in una serata suonavamo con i Bastard Sons of Dionisos a Trento. Loro suonavano prima di noi. C’erano centocinquanta persone ad assistere, per lo più richiamati dal nostro gruppo. Al concerto che i Bastard hanno fatto quando sono usciti da XFactor, invece, erano in dodicimila. Questa è una follia da analizzare. Dodicimila persone in Trentino; pensa a un anno e mezzo fa! Sono stato a parlare con loro perché erano brillanti, bravi e carini come persone. Soprattutto si vedeva che erano amici che suonavano. Quella è la storia, ed è bello che questa storia affascini tutti gli altri, il problema è che l’interesse passa attraverso la scatola magica.

Paolo Benvegnù su PopOn

E il tuo rapporto con la Tv?
Beh, io non mi trovo bene. Ora abbiamo fatto un’esibizione a Scalo 76. Per fortuna c’hanno fatto suonare dal vivo: pensa ci volevano far cantare in play back, cosa che non riesco proprio a fare. E comunque la Tv non mi piace. Come faccio ad avere come interlocutore uno che ti chiede una cosa giusto per fare il suo palinsesto e poi si fa i cazzi suoi? In Tv va sempre così! Due o tre anni fa su Rai Futura mentre noi eseguivamo i pezzi c’era una lite in studio: due che si mettevano le mani addosso. Preferisco suonare in un locale dove la gente ti sta a sentire.

Può aiutare un progetto come “Il Paese è Reale”? Qual è il punto di forza del progetto?

Sai, Manuel (Agnelli, ndr) è diventato una persona potente, ma non come “potere” economico o di relazioni. Intendo potere come “forza”. Quando parla, adesso, ha un’autorevolezza. Le stesse parole dette da un’altra persona hanno meno senso. Manuel è diventato se stesso in maniera conclamata, come si dice in inglese è riuscito in quel “to express hisself”. Vuoi per il vissuto, vuoi per la credibilità che uno s’è guadagnato, le stesse parole suonano sempre diverse in bocca a persone diverse.

Paolo, tu sei anche un talent scout. Ci sono artisti che ti sono piaciuti e hai prodotto?
Per i Perturbazione è andata così: ho trovato Dante e Tommaso che è un’anima eletta, meravigliosa. Sono tutti in gamba. Il disco che ho fatto con loro poteva andare in un’altra direzione che era “tragica”. Invece, mediando, siamo andati in una direzione ricca di chiaroscuri. Il mio problema che non sono mai impositivo: io propongo e spero che in dodici ore la mia idea si possa sentire in maniera degna. Io non tolgo mai, anche se la musica è soprattutto “togliere”. Per Nordgarden, invece, potrei dire della perfezione della sua scrittura. Scrive benissimo. È un rivoluzionario suo malgrado. A distanza di qualche anno è una bella soddisfazione rivederlo e sentirgli dire: mi piacerebbe fare qualcosa insieme ancora.

Ce ne sono altri che ti piacerebbe produrre?
Ora sto producendo un gruppo importante per la musica italiana e anche per quella europea, se c’è qualcuno che ci crede. Si chiamano Vandemars e sono di Siena. È un gruppo incredibile. Silvia Serrotti è la cantante più emozionante che abbia sentito in Italia. Non ce n’è per nessuno.

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