‘A67, da Scampia a Libera Terra

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'A67 su PopOn

Intervista di Nicola Cirillo

Dopo aver messo in scena uno spettacolo teatrale che fonde i loro brani con i racconti di Giancarlo De Cataldo (vedi Notizia), gli ‘A67 hanno ora realizzato una cover del brano Io non mi sento italiano di Giorgio Gaber, con annesso video (www.youtube.com/watch?v=CYH77kHCZBU). La canzone è distribuita online da Edel e le royalties di vendita saranno devolute a Libera Terra, che gestisce i terreni confiscati alla mafia. E’ proprio dal racconto di questo progetto che parte la nostra intervista:

Perché una cover di Giorgio Gaber?
Il progetto è nato a seguito di nuove iniziative antimafia con Libera, cui siamo legati da anni. Soprattutto in un periodo di attacco alla cultura e alla democrazia come quello che attraversiamo, la vicenda dei beni confiscati alla criminalità è cruciale, quale strumento di ripresa e valorizzazione del Paese. Abbiamo quindi deciso di uscire con un singolo a sostegno delle cooperative che gestiscono i terreni confiscati alla criminalità, pubblicandolo all’inizio dell’estate, quando cominciano i campi di lavoro di Libera cui aderiscono migliaia di giovani. Dopo aver ripreso la Don Raffaè di De André, abbiamo in questo caso scelto di interpretare l’altro grande cantore sociale, ironico e colto, cioè Giorgio Gaber, nel suo manifesto ultimo Io non mi sento italiano.

In piena sintonia con l’intento della cover, avete realizzato anche il video in una terra confiscata alla mafia.
Sì, lo abbiamo realizzato il 25 aprile, giorno della Liberazione, nelle meravigliose quanto avvelenate terre casertane: nel bene confiscato di Castel Volturno, in cui sorgerà la cooperativa intitolata a Don Peppe Diana, il prete ucciso dalla camorra nel 1994, cui abbiamo dedicato con Roberto Saviano la bonus-track del nostro ultimo disco Suburb.

Con la vostra musica trattate temi scottanti, eppure l’arte non sembra fornire soluzioni. Le canzoni di Suburb descrivono realtà rigide, il rock deciso non offre margini di speranza. E’ così?
Spesso ci raccontiamo che “il fatto che siamo qui a parlarne è già un fatto positivo, un segno di cambiamento”, ma se dobbiamo essere sinceri la realtà non ispira molta fiducia. Quando pensi che un terzo della ricchezza nazionale è prodotta dalle tre principali organizzazioni malavitose, comincia a venirti qualche dubbio sulla volontà reale di estirpare il male da parte della politica. Carmine Schiavone, il pentito della Camorra, di recente ha ammesso che senza l’aiuto dello Stato nessuna organizzazione criminale può vivere. È un quadro davvero impietoso.

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Ma questo è un fenomeno non solo napoletano o italiano, ma globale…
Infatti il nostro disco parla del degrado sociale e culturale dei luoghi suburbani, non di Napoli. Napoli non è mai citata in tutto il disco, e lo abbiamo fatto di proposito. Raccontiamo i disagi delle periferie del mondo, dove la contraddizione del capitale è anche più evidente. È normale, tuttavia, che la descrizione che noi facciamo nasce dalla nostra esperienza diretta. Noi viviamo a Scampia, che i napoletani per molto tempo non hanno neppure voluto riconoscere come propria periferia. Scampia è sempre stata tenuta isolata dal resto della città e anche oggi non è collegata benissimo. Gli abitanti del Vomero, che è un quartiere bene della città, hanno persino avuto da ridire sul fatto che potesse essere collegata con la metropolitana: “La metropolitana ci porta la delinquenza”, dicono. È probabile che la metropolitana mescoli un po’ di cose, ma questo è un fatto positivo: porta a far incontrare realtà che non si sono mai neppure parlate. Solo conoscendoli, i problemi si possono risolvere, non nascondendoli.

La musica ha un ruolo simile a quello della metropolitana?
Un po’ sì (ridono, ndr), sperando che la musica possa raggiungere quelle periferie mentali, quei margini mentali che sono difficilissimi da abbattere.

Per raccontare questa “globalità” del disagio avete incontrato musicisti dall’India, dal Brasile, e da due città importanti come Instabul e Marsiglia. Tutti ospitati in Suburb. Sembra chiara l’affinità sui contenuti, ma musicalmente com’è avvenuto l’incontro?
In maniera abbastanza naturale: nel 2007 siamo stati invitati alla “Feira de Fortaleza”, in Brasile, dove abbiamo conosciuto i ritmi del Rap delle favelas. Poi con Giorgia Fazzini, il nostro produttore esecutivo, abbiamo cercato anche in altri luoghi del mondo band e suoni che esprimessero la stessa urgenza di raccontare.

Raccontare a chi? Dite di esibirvi anche nei teatri, ma il teatro è un luogo un po’ troppo esclusivo per il messaggio che volete portare?
Una volta un nostro fan aveva fatto un viaggio per venirci ad ascoltare, ma poi arrivato tardi non è riuscito a entrare in teatro. Si è sentito dire “non è un centro sociale”. Certo, dico io, in un centro sociale non sarebbe successo. Ma noi cantiamo ovunque, bisogna arrivare a toccare tutti gli ambiti. Cantiamo nei locali, nei centri sociali, nelle scuole e anche nei teatri. Certo a teatro viene chi già è informato e sa cosa si troverà davanti, conosce il problema.

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È un po’ un cantarsela e suonarsela da soli?
È quello il rischio, sì. Ma è necessario cantare ovunque e a tutti, perché così si entra in un percorso di cambiamento culturale.

Nel disco c’è anche una canzone dedicata a un altro artista meridionale, Felice e in quest’occasione con voi canta Francesco Di Bella dei 24 Grana. Chi è Felice?
Si tratta di Felice Pignataro, che ha lavorato tantissimi anni a Scampia prima di morire, portando i colori dei suoi murales, dei suoi carnevali. Un grande artista, dal valore artistico ed etico immenso. La canzone è un omaggio alla sua memoria.

Le vostre canzoni sono state riconosciute di piglio “cantautorale”: il terzo posto al Premio Tenco per miglior album in dialetto.
Un bel riconoscimento, da non crederci. Merito del lavoro di tanti, perché vuol dire che il nostro disco è stato ascoltato, e oggi per far ascoltare un disco devi promuoverlo veramente molto bene. Puoi scrivere anche un capolavoro assoluto, ma se non viene diffuso coi mezzi giusti, il rischio è che non lo ascolti nessuno.

Quella cantautorale la sentite come vostra dimensione?
Non lo sappiamo. Abbiamo sicuramente molta attenzione ai testi e se la cosa viene riconosciuta, non può che farci piacere.

Ci sono altri obiettivi artistici che vorreste raggiungere?
Sarebbe auspicabile una regolamentazione della musica in Italia: il mercato discografico è praticamente fermo e oggi molti artisti sono penalizzati. Per questo per ora vorremmo suonare il più possibile. Noi già suoniamo molto, ma non è facile farsi conoscere, soprattutto per chi non viene dal percorso classico della melodia.

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