Grazia Di Michele, oltre i ‘passaggi segreti’

by , under Artisti noti

Grazia Di Michele su PopOn

Intervista di Nicola Cirillo

Insegnante di canto, musicoterapeuta, ma soprattutto autrice e interprete di alcuni suggestivi ritratti di donna della musica italiana. Grazia Di Michele torna con un nuovo album, Passaggi segreti e si riappropria di quello spazio poetico nel quale ce la ricordavamo. L’abbiamo incontrata negli studi della Rai al termine del concerto con cui ha presentato il Cd. Esausta, ma anche felice per l’entusiasmo del pubblico in sala. Abbiamo colto l’occasione per chiederle di svelarci alcuni “passaggi segreti” della sua vita, della sua carriera e naturalmente del suo nuovo lavoro

discografico.

Nel disco descrivi cosa siano i Passaggi segreti secondo un’ottica non convenzionale. Com’è nata questa riflessione?
Fin da bambini impariamo a familiarizzare con i “passaggi segreti”, perché molte storie, vere o di fantasia, parlano di strade ignote e misteriose. In tutte le storie, il momento in cui si ricorre al passaggio segreto è quello più drammatico, quello che determina la svolta. Insomma non è difficile vedere nel “passaggio” una metafora: scegliere la strada stretta e impervia per scoprire una verità, per vedere la luce…

Si tratta di un disco “insolitamente” impegnato. Cosa ti ha spinto ad affrontare temi così importanti e delicati?
Le mie canzoni raccontano storie. Storie di persone vicine o lontane, personali o di fantasia purché abbiano un’ispirazione autentica. Alcune storie sono legate alla realtà sociale dei nostri giorni e quindi necessariamente intervengono in qualche modo nel dibattito pubblico. Se questo mi accade più spesso adesso che nel passato credo sia per una evoluzione personale. Negli anni ’80 la canzone cantautorale era spesso rivolta a esplorare l’universo interiore, mentre oggi, nel mondo “globalizzato”, l’attenzione può essere più facilmente rivolta ai fenomeni oggettivi, a quello che è intorno a noi.

Ha influito anche l’incontro artistico con Italo Calvino? Mi riferisco allo spettacolo “Chiamalavita”, che hai portato in teatro qualche anno fa.
Calvino è un maestro formidabile, perché fonde la metafora e l’impegno sociale con la fantasia, l’ironia e il gusto della narrazione.

Cosa ti ha lasciato in generale quell’esperienza?
L’esperienza di “Chiamalavita” è stata interessante perché mi ha insegnato che con i testi si può giocare a tutto campo, accostando recitazione, musica, filmati e scenografie. L’importante è che il messaggio arrivi…

Grazia Di Michele su PopOn
E per questo che hai accettato di recitare a teatro in “Dì a mia figlia che vado in vacanza”? Nasce da lì Il diritto di amare?
Si. Per me è stato più facile scrivere la canzone che imparare quella parte di copione. A volte si pensa che la mescolanza fra teatro recitato e musica appartenga a generi ben precisi, come quelli dell’operetta, del musical o del teatro brechtiano; in realtà tutti i testi teatrali possono ispirare musica, e oltre a ispirarla possono usarla per acquisire tensione emotiva e forza evocativa.

E infatti per il brano in questione hai girato anche un video. In alcune scene si intravedono delle detenute che hai incontrato nel carcere in cui lo hai girato. Hanno ascoltato la tua canzone? Che riscontri hai avuto da loro?
I riscontri sono tanti, ma misurati nei toni e di grande dignità. La canzone, del resto, non è un manifesto politico sulla condizione nelle carceri – anche se presuppone una riflessione su questi aspetti – ma è soprattutto l’espressione dell’amore di una madre per la figlia. E’ forse questo, un sentimento nobile e struggente, che arriva al cuore delle persone e che suscita in molti casi una reazione misurata, quasi di pudore.

La difficoltà delle condizioni carcerarie, la guerra, l’immigrazione, i conflitti religiosi, la presa in giro del modello familiare delle pubblicità. Come si guardano queste realtà dalla cattedra di Amici?
Dalla cattedra di Amici si guardano soprattutto i ragazzi, la loro personalità, il loro universo espressivo. La scuola dell’obbligo ha il compito di portare a galla i problemi e i mali del mondo contemporaneo, ma gli show televisivi non possono avere la stessa funzione. Possono però offrire ai ragazzi gli strumenti per comunicare ciò che hanno più a cuore. Quando vorranno aprirsi al mondo e raccontarne anche la sofferenza, l’importante è che sappiano farlo bene, con intensità e comunicativa.

Proliferano scuole di musical, mentre chiudono quelle di informatica e di inglese. Non credi che i talent show, oltre a offrire una certa cultura sul canto e sulla danza, propongano ai ragazzi un modello sociale troppo sbilanciato verso lo spettacolo e l’ansia della notorietà?
I ragazzi che selezioniamo non sono solo “ambiziosi”, hanno spesso un loro vissuto ed anche un loro spessore culturale, che li rende competenti su alcuni generi musicali o su una certa letteratura. E’ vero che la grande notorietà può far perdere a qualcuno il senso dei propri limiti, ma fondamentalmente tutti sanno che il talent show è una formidabile opportunità ma non è l’ascensore per il paradiso. Negli anni si afferma solo chi davvero è disposto a lavorare sodo.

Guardi gli altri talent show?
Si, con lo stesso spirito con il quale un calciatore va ad assistere alla partita di una squadra che non è la sua. Ci va per sapere come gioca, ma fondamentalmente ci va perché ama il calcio…

Grazia Di Michele su PopOn
Pur nascendo come cantautrice, in Passaggi segreti riveli una grande versatilità interpretativa. Ma tu hai mai seguito corsi di canto? Qual è la tua formazione?
Nel mio percorso non c’è stata una fase di apprendimento delle tecniche e una fase successiva di espressione creativa. Le due cose sono sempre state mescolate insieme. Si lavora e si impara contemporaneamente. Si prepara un concerto con la chitarra e parallelamente si studia pianoforte e solfeggio. Lo studio e la ricerca sono parte della vita di ogni persona che fa questo mestiere, anche di quelli che, come nel mio caso, nascono come cantautori e quindi tendono a proporsi al pubblico soprattutto con i testi e la propria personalità. Anche il lavoro in sala di registrazione è training, soprattutto quando si collabora con produttori come Lucio Fabbri o Filippo De Laura o con artisti di grande spessore.

Nel disco c’è anche una canzone scritta con tua sorella. Continua sempre il feeling artistico?
Sicuramente. Mia sorella ed io abbiamo storie personali e percorsi professionali molto diversi, ma da piccole abbiamo giocato tantissimo insieme, e continuiamo a vedere la vita come una sfida giocosa… C’è poi una voce del sangue che ci avvicina, che ci fa sentire comunque “fatte della stessa pasta”.

Caterina, invece, è la protagonista di una piacevole folk song. Ci parli di lei?
E’ una ragazza che lavorava in uno studio di registrazione dove stavo lavorando e che la mattina arrivava trafelata. La canzone è partita alla velocità della luce e delle sue gambe irrequiete.

Anja invece è una canzone che parla di guerra, di separazione e di speranza, ma hai voluto presentarla con un cartone animato. Com’è nata quest’idea?
Il cartone animato amplifica la storia struggente di questa bambina che perde il papà in guerra e lo ritrova nella pace. Penso che nel tratto grafico semplice e nell’apparente ingenuità si possa evincere la drammaticità della situazione. Il cartone animato ci ricorda che non serve argomentare troppo: c’è una bambina che gioca con il suo papà, c’è l’arrivo degli aerei da guerra, un paesaggio di morte e il ritorno di un grande amore.

Tre volte a Sanremo. Ci ritorneresti?
L’obiettivo non è Sanremo in quanto tale, ma l’insieme delle cose che lo renderebbero interessante: una canzone giusta, una buona conduzione artistica del Festival, la voglia di mettersi in concorso… Chissà!

Vai alla pagina di Grazia Di Michele
Vai alle altre Interviste