Sergio Cammariere, una vita in jazz

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Sergio Cammariere su PopOn

Intervista di Nicola Cirillo

In un mondo musicale caratterizzato da star dell’ultima ora e fenomeni mediatici consumati nel tempo di una stagione, Sergio Cammariere rappresenta uno degli esempi più eloquenti di carriere costruite “dal basso”: lo studio del piano jazz e della composizione, la gavetta nei piano bar, i concerti con le jazz band, l’impegno nella cinematografia come autore di colonne sonore, fino a “esordire” al Festival di Sanremo a 43 anni. “Tutto quello che un musicista può fare”, ci verrebbe da dire, parafrasando il titolo della sua canzone più famosa. Parlare con lui

ci ricorda che esiste un’altra scena musicale, più autentica e faticosa di quella patinata presentata dai talent show e dalle cartelle stampa. Una scena che lui stesso ci dipinge come sfondo dell’intervista che ci ha rilasciato qualche giorno fa a margine dell’uscita del suo nuovo Cd Carovane.

Sergio, ho letto che con Carovane comincia un tuo “distacco” dal jazz, ma poi appena ho messo su il disco ho sentito il primo accordo e un ritmo inequivocabile. È impossibile prendere le distanze dal jazz?
Sì. Il jazz è improvvisazione, musicalità… è la vita stessa che è Jazz. Io faccio un grande lavoro sull’armonia dei brani che scrivo, cioè mi concentro molto sul rapporto tra le triadi armoniche e la melodia, a volte la melodia è come se fosse la quarta nota della triade. Vedi Insensata ora il secondo brano dell’album, che è tipicamente jazz, sei ottavi. È un’armonia fatta di quattro note non di tre soltanto: ci sono sempre settime aumentate, seste, none e undicesime. Ma non ti voglio annoiare con un linguaggio tecnico.

Come ti sei avvicinato al Jazz?
Ho avuto un’iniziazione a Firenze, a via Ricasoli, dov’è il Conservatorio. Spesso ci andavo. Anche se non studiavo lì, ci capitavo perché andavo a suonare i pianoforti… ce n’erano così tanti! Parlo del settant… tanti anni fa. Finché sono stato in Calabria non conoscevo il jazz. Certo ascoltavo molta musica, quella che andava allora; mi attirava molto la musica con venature blues. Poi sono arrivato a Firenze; lì ho cominciato a suonare in vari locali, come il Caffè Paskowski. Firenze era molto ricca culturalmente, e ricordo che sotto i portici di Piazza della Repubblica c’erano dei signori che vendevano musica; in genere trasportavano i vinili in musicassette audio. Lì ho acquistato il mio primo disco di jazz: Miles Davis e John Coltrane. Avevo già 18 anni suonati. Poi ho cominciato ad ascoltare Bill Evans e mi si è aperto un mondo.

Però nel disco precedente dici che “confrontato a Paoli Gino” sei un “cantautore piccolino”. In qualche modo – per quanto “piccolino” – rivendichi l’appartenenza alla categoria dei cantautori…
Più che appartenere alla categoria dei cantautori, io sento addosso, sulla pelle, che sono il continuatore di quella scuola cantautorale. Non a caso ero grande amico di Bruno Lauzi, Sergio Endrigo, Umberto Bindi: tre dei nomi più grandi del cantautorato, eppure mi volevano bene, ci sentivamo spesso per telefono. Con Bruno Lauzi ci frequentavamo, come con Sergio Bardotti.

Sergio Cammariere su PopOn
In Carovane in effetti riaffiora uno stile cantautorale. In Tre angeli, ad esempio, utilizzi una melodia simile a quella che De André ha usato per Volta la carta.
È musica popolare. Come Brel, soprattutto, o Brassen e la chanson francese. Anche La storia di un tale è proprio una tipica melodia popolare italiana. Già nel passato, con Roberto Kunstler avevamo scritto dei brani popolari. Vedi Nuova Italia, non so se la ricordi, che è dedicata alla nostra povera Italia ed ha fatto parte della colonna sonora del film di Mimmo Calopresti, “L’autostrada”…

Come nascono le canzoni con Roberto Kunstler?
Diciamo che è un’alchimia, un’armonia. Oramai sono vent’anni che lavoriamo insieme. Abbiamo fatto il primo disco nel 1992! Sì, devo dire che c’è un’alchimia: ci imitiamo a vicenda. Io imito con la musica le sue parole e lui imita con le parole la mia musica. Di Carovane posso svelare una cosa, però: ci sono due testi che Roberto aveva già scritto, Carovane e Paese di finti e io ho musicato successivamente.

Infatti si nota una certa contrapposizione tra la ritmica del testo e la melodia con cui la vesti.
Sì, infatti se senti gli altri brani, dove nasce prima la musica, ti accorgi che i testi sono molto meno forti…

In Carovane ci sono due canzoni dedicate alla tua regione, la Calabria.
Sì, ma più che alla Calabria sono dedicate al nostro mondo, al pianeta, all’ambiente…

La Calabria è un luogo dove sono nati molti filosofi. Alcuni dei quali compaiono nel tuo video. Come mai quest’idea?
Io mi collego sempre al pensiero pitagorico. La natura, l’armonia, le onde del mare risvegliavano il bambino Cammariere quando vivevo a Crotone, sul mare. La mattina al mio risveglio sentivo delle sinfonie, sentivo delle musiche che arrivavano proprio dalla valle pitagorica, dall’armonia delle sfere, per citare proprio Pitagora. Da un corpo astrale. Io sono sempre stato molto solitario e raccolto nel mio modo di sentire questa passione.

Nel brano La mia promessa si avverte un sentimento nostalgico verso questa terra d’origine.
Beh, una certa saudade c’è sempre. Noi del sud siamo nostalgici, romantici. Io poi viaggio molto, con la musica. Quest’anno sono stato ad Amsterdam, Parigi, in Germania, Barcellona… Ovunque incontro gli italiani che vivono lì. È chiaro che quando li incontro, vedono in me una sorta di riscatto, una persona che parla col cuore, in un modo spontaneo; e l’ammirazione nasce più che altro dal fatto che sanno che io ho fatto tanta gavetta.

Sergio Cammariere su PopOn
È stato difficile affermarsi in questo mondo o non ti eri mai posto il problema del “successo”?
Erano altri tempi. Io sono un ragazzo degli anni ‘60. Ho avuto la fortuna di aver vissuto appieno gli anni ‘70, che sono stati il nostro cibo. Per chiunque fosse creativo – e ti parlo di artisti, architetti, scultori, pittori – gli anni ’70 sono stati una grande fonte. Io la considero una fortuna. Forse anche per questo Carovane è un disco anni ’70. È un disco vintage, diciamo. Non è prettamente cantautorale: nasce piuttosto dalla voglia di fare della musica con delle parole in italiano.

Infatti ci sono due brani strumentali…

Sì, ho sempre messo dei brani strumentali: io principalmente sono un musicista, un pianista prima di essere un cantante, un interprete.

Nel disco ci sono anche nuovi suoni esotici, che vengono dall’oriente.
Sono convinto che la contaminazione faccia sì che nascano musiche nuove, ritmi nuovi che sono delle mescolanze.

Carovane è ricco di preziose collaborazioni.

Più che collaborazioni, sono veri e propri sodalizi. Con Bosso, ad esempio, suoniamo da quindici anni insieme e facciamo anche concerti in duo, in giro per il mondo. Ultimamente siamo stati al Jazzin Festival di Milano, per dirtene una…

In effetti la dimensione della musica, soprattutto quella jazz, è quella dal vivo…
Sì, i dischi che faccio, cerco di dimenticarli. Anche se per quest’ultimo c’ho messo tre anni per farlo (tra scrittura e registrazione), alla fine, quando suono, cerco di dimenticarlo; perché in concerto la musica che si esegue è sempre nuova, interpreto le canzoni in maniera sempre diversa. Questo è facile quando suoni con tanti bravi musicisti, come Luca Bulgarelli e Fabrizio Bosso e tutti gli altri: è la rappresentazione della musica nel teatro, che è il luogo più giusto per avere uno scambio con chi viene ad ascoltare. A Firenze suonavo nello Yellow bar (che oggi ahimè è diventato una pizzeria) e poi correvo al teatro della Pergola a sentire Vittorio Gasmann, Giorgio Albertazzi, Enrico Maria Salerno; proprio loro, con il loro movimenti, le loro espressioni, i loro accenti, mi hanno insegnato cosa è il palcoscenico, cos’è il teatro. Dare il proprio cuore ogni volta in un modo diverso. Questo il pubblico lo avverte. Infatti moltissimi si spostano per venirmi a sentire in luoghi diversi. Ci sono persone che sono venute a sessanta concerti!

Eppure la musica oggi si fruisce soprattutto attraverso l’Mp3, che svilisce il suono, no?
Già. Ma pensa che nel futuro scompariranno anche i Cd. Tra tre anni non ci saranno più, come pure gli Mp3. Verranno fuori altri tipi di file, Mp4 o Mp5, chissà, molto più pesanti, ma anche migliori dal punto di vista della restituzione del suono.

Il futuro è alle porte e in Carovane non manchi di esprimere un certo disagio verso questo tipo di società. Ma tu ti senti più ottimista o pessimista?
Ottimista, profondamente. Carovane è un disco più solare degli altri proprio come concetto di disco, è un “concept album”, in cui le “carovane” ritornano anche alla fine, dopo la lunga suite di sitar. Perché la speranza è l’ultima a morire. Porto la speranza nel DNA, ho allevato dei principi di ottimismo. Sono profondamente cattolico, per questo spero. Anzi forse da quest’esoterismo può venir fuori un nuovo concetto di speranza.

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