Paolo Saporiti, dalla psicologia alla musica

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Paolo Saporiti su Popon

Pubblicare un album per una major, oggi, dovrebbe donare all’artista un senso di orgoglio misto a spavalderia, al di là che questi tratti facciano parte o meno del carattere dell’artista stesso. E invece Paolo Saporiti, alla presentazione del suo primo disco per la Universal Music dal titolo Alone, fa il suo ingresso in maniera decisamente sommessa. Di maglietta e jeans vestito, si avvicina al microfono e si presenta al pubblico con voce e note. Prima di Alone, che nella copertina ritrae un’opera di Dario Ballantini, sono stati pubblicati due lavori da

solista (The restless fall, Just let it happen…) e uno in trio, l’omonimo dei Don Quibòl. Ma prima ancora Paolo ha bussato alla porta del proprietario di un negozio di dischi che stava per fargli distogliere lo sguardo dalla sua passione primaria. “Una ventina d’anni fa mi disse che le mie erano solo embrioni di canzoni, che i cantautori erano morti e così anche la musica. Il suo ruolo gli imponeva un certo polso, ma spero che adesso possa gradire quello che ho fatto”. Nella tracklist di Alone dodici pezzi, tutti in lingua inglese eccetto Gelo, che chiude il disco. Perché? “I miei riflessi sono concentrati sull’inglese, forse per via dei miei riferimenti, Nick Drake innanzitutto. A 18 anni, però, ho registrato un demo tutto in italiano, volevo parlare a una ragazza e questa è sempre un’ottima motivazione per creare…”.

Nella vita di Paolo Saporiti, prima di essere completamente assorbita dalla sua vena compositiva, c’è stato spazio per il teatro (cinque anni alla Comuna Baires), lo sport (“Sciando ho scoperto la prima sensazione di ritmo”) e anche per l’università. “Sì, volevo fare lo psicanalista, ma al momento di consegnare la tesi mi sono tirato indietro. Attraverso la psicologia ho comunque fatto un percorso per cercare di controllare alcune cose, per poi capire che avere la presunzione di poterlo fare non è salutare. Quello che conosci è meglio abbandonarlo, risolvere le domande che ti poni uccide la creatività”. L’idea, spesso sottile, della morte è il perno centrale di questo lavoro discografico (prodotto da Teho Teardo, compositore delle colonne sonore de “Il divo” e “La ragazza del lago”), il cui titolo in principio era I could die alone. “Mi hanno vivamente consigliato di cambiarlo, suonava pesante. Ma ciò che c’è dietro è tutt’altro che negativo. Come tanti, ho pensato che alla fine si muore da soli, ma in realtà l’apertura all’incontro può cambiare le carte. Il succo è tutto lì”.

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