Bungaro, incontro ad Arte

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Bungaro su PopOn

Intervista di Nicola Cirillo

Si intitola Arte il nuovo disco di Bungaro, uno dei più raffinati cantautori italiani. Un lavoro ricco di ospiti d’eccezione (tra cui Ambrogio Sparagna, Paula Morelenbaum, Fiorella Mannoia, Omar Sosa, Ferruccio Spinetti) e con l’ambizione di durare “più di un mese”, come ci racconta lo stesso autore nel corso di una lunga chiacchierata: un viaggio tra i locali fumosi degli inizi carriera, i palchi più prestigiosi, le esperienze sudamericane e alcune brevi incursioni nel mondo familiare. Un racconto che PopOn ha il piacere di condividere coi

suoi lettori.

Autore affermato e fine cantautore. Come possiamo riassumere il tuo percorso artistico?
Beh non è facile. La mia carriera non è “discografica”: io ho cominciato suonando nei locali già negli anni ’80. La dimensione live è il mio habitat naturale, la mia casa. Il mio primo contratto discografico con la RCA è del 1988. Sai come avvenne? Dissi al mio produttore dell’epoca: se vuoi che io faccia un percorso discografico, mi devi portare le case discografiche qui, nei locali. Un giorno me lo vidi arrivare con vari discografici. Mi ricordo ancora il locale: si chiamava “Il grigio notte” in via dei Fienaroli a Trastevere. Oggi non c’è più. Quella sera arrivarono discografici della Polygram, Susan Smith della CBS, il direttore generale della RCA e tantissimi giornalisti. Presentavo il mio progetto, che poi divenne il primo album, Sulla punta della lingua. Non sapevo cosa mi aspettasse. C’era tanto istinto e nessuna esperienza del mondo discografico, in cui sarei stato catapultato nel futuro. E infatti quello, oggi, è il disco che mi rappresenta di più. Comunque, per farla breve, firmai con la RCA e dopo sei mesi arrivai a Sanremo, con Sarà forte, una canzone che era fuori dai canoni sanremesi. Arrivai ultimo in classifica, ma con buon riscontro della critica. Dopo il successo di E noi qui, con Marco Conidi e Rosario Di Bella, presentato a Sanremo nel 1991, ho passato 5-6 anni di incertezza: mi sono affidato un po’ troppo a questi meccanismi di marketing della discografia. Mi sono un po’ perso. In quegli anni c’è stata una strage di artisti: tipo Angela Baraldi, Bracco Di Graci, Massimo Priviero… Era un periodo in cui si respirava aria malsana. Io feci due dischi che oggi mi fanno tenerezza, perché non mi rappresentano più di tanto.

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E hai cominciato una carriera di autore…
Sì, non avevo più voglia di fare dischi, volevo stare dietro le quinte, fare l’autore, il produttore. Poi nel 1998 portai a Sanremo Eramo e Passavanti. Fu un progetto molto apprezzato che vinse molti premi. Ero tornato a fare su di loro quello che avrei fatto su di me, e ho capito che essere indipendenti era la strada migliore. E ho ripreso progetti live come “Tascabile”, sempre con Eramo e Passavanti. Poi ho frequentato molto Musicultura (ex festival di Recanati) forse uno dei Festival più seri che abbiamo in Italia. Lì ho portato Patrizia Laquidara, che ha avuto grandi riconoscimenti. E così poi siamo arrivati al 2004, quando mi sono presentato a Sanremo con Guardastelle, un brano che però avevo scritto molti anni prima.

E adesso veniamo ai giorni nostri. “Arte” è un trionfo di sonorità brasiliane, ma ci sono anche riferimenti al tuo Salento. C’è un legame tra il sud dell’Italia e il sud dell’America?
Io sono rimasto affascinato sin dal primo momento dal Sud America, è stata un’attrazione forte. Salvador de Bahia, quando ci arrivai, era un luogo che non conoscevo ma che sentivo familiare per il tipo di accoglienza. Mi ritrovai a condividere il palco con Daniela Mercury e per me fu un momento magico. Incontrai tanta arte, grandi musicisti, e ancora oggi ho legami con quei musicisti. Poi quell’amore verso quel tipo di musica è cresciuto. Ho conosciuto Guinga, che è venuto a suonare in questo mio nuovo disco, uno dei più grandi compositori contemporanei, ma anche Paula Morelenbaum che ha lavorato con Sakamoto, un mito. Tutte persone che hanno una caratteristica comune: la libertà di scegliersi. Per il mio disco sono venuti gratuitamente… e il risultato lo si sente. Il disco è un viaggio meraviglioso in questo sud, in cui compare anche Lucilla Galeazzi, che stranamente è più popolare all’estero che in Italia, e Ambrogio Sparagna. Come dici tu, tutte espressioni di un Sud.

L’amore per il Brasile ti avvicina a Sergio Endrigo…
Sicuramente. Endrigo ho imparato a cantarlo con la mia famiglia: i miei hanno sempre fatto girare dischi di Endrigo, Luigi Tenco, Umberto Bindi. Poi come d’incanto ho avuto questa possibilità: la figlia di Endrigo aveva un inedito e con la complicità di Alberto Zeppieri, me lo ha affidato. Quando ho avuto il testo tra le mani, l’ho tenuto lì per tanto tempo. Non puoi non rispettare una cosa del genere. Mi sono detto: non deve diventare un’operazione forzata, lo musicherò solo quando e se arriverà l’ispirazione. Erano le tre di notte quando in venti minuti, dopo aver respirato tanto quel testo, è venuta fuori la canzone Dal destino infortunato, che è contenuta nell’album.

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E’ il pezzo che hai proposto alla commissione dell’ultimo Sanremo è che non è stato ammesso alla competizione?
Sì. Pensa che avrei portato sul palco Ivan Lins, tra i più prestigiosi cantautori contemporanei brasiliani, e il violoncellista di Caetano Veloso, Jacques Morelenbaum. Nella serata dei duetti, ci avrebbe raggiunto Gilberto Gil. Insomma, mi è dispiaciuto molto, ma soprattutto perché era concepito come omaggio a Sergio Endrigo.

Perché è stata scartata allora secondo te?
Siamo in un momento di grande confusione. Gli altri anni c’era più coraggio: uno spicchio di torta in cui vedevi Paolo Rossi, Avion Travel, Enzo Jannacci, Quintorigo, ma persino i Negramaro. Pensa l’anno scorso gli Afterhours: la loro esclusione ci ha già dimostrato che stavamo andando verso la decadenza del festival, che ha svoltato verso il gossip, lo spettacolo. Magari hanno ragione loro: devono creare un pacchettino, un prodotto, un minestrone che deve essere mangiato da una grossa parte di pubblico. Eppure, io dico, l’Italia è divisa in due. È vero che in quel modo dieci milioni di Italiani guardano il Festival, ma gli altri quaranta milioni che fanno?

Una parte guarda Fazio che dedica una serata a De Andrè. Molti hanno la Tv spenta…
Ma se alla gente gli proponi qualcosa di buono, si riaffaccia alla Tv l’altra Italia: riaccende la TV e dice “ma vediamo Benigni oggi che fa. Legge Dante?”, oppure potrebbe scegliere di farsi un grande regalo di cultura e ascoltare Paolini che racconta le tragedie italiane. Non so. Credo che se ci fosse una buona proposta, molti si riavvicinerebbero al televisore.

Ma a Sanremo tu avevi proposto anche un altro brano, per la voce di Pilar. Anche quello escluso.
Sì, si tratta di Meduse, affidata a quel grande talento di Pilar.

Hai scritto per Pilar, per Patrizia Laquidara. Hai una grande predilezioni per interpreti femminili molto originali.
Sì, Pilar e Patrizia sono delle grandi interpreti, anche abbastanza simili. Un po’ anche come Elisa Rossi, la ricordi? L’ho vista l’anno scorso a X Factor. Anni fa la portai a Musicultura con Calma apparente. Prediligo queste voci, che sono voci pensanti e non voci cantanti. La voce pensante, come quella di Fiorella (Mannoia, ndr). Lei sa quello che canta, dà il peso sulle parole, sulla musica, sull’atmosfera che gira intorno a quell’emozione. Non ce la farei mai a produrre un cantante che pensi solo alla voce.

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Arte è un disco molto ricco: hai citato Fiorella Mannoia, che compare in un duetto, ma ci sono anche tanti altri ospiti illustri. Eppure hai scelto un’etichetta indipendente. Come pensi di promuoverlo?
C’è un problema: quando escono questi dischi, le radio in Italia ti dicono “è un disco molto bello, troppo bello per poterlo passare, poco radiofonico”. Io credo molto nel passaparola, che crea un gruppo di persone colte; se c’è la perseveranza dell’artista, la pazienza, il disco passa, entra nelle case. Per questo disco devi fare il conto dopo un anno e non dopo un mese, come fanno i discografici. E poi, secondo me, ci sono molti pezzi radiofonici, nonostante io non abbia fatto questo tipo di ragionamento: prendi Se rinasco, Il motore immobile. Io l’ho pensato come disco internazionale. Non a caso uscirà in Brasile, in Francia…

Uscirà nella stessa versione o cambierai qualcosa?
Nella versione brasiliana in più c’è una canzone scritta dal genero di Gilberto Gil che – fortunatamente per me – è uno dei pezzi più importanti di una novela che andrà in prima serata su rete Globo (puoi immaginare: si ferma il mondo in Brasile davanti a una telenovela!). È una canzone molto bella, in stile Caetano Veloso, che canterò io. Sarà un lancio incredibile per il disco. E poi ci sarà una versione del brano di Endrigo Dal destino infortunato fatta Insieme a Ivan Lins. Uscirà per la stessa etichetta di Chico Buarque e Maria Bethania.

Arte è un disco molto intimista, che esplora soprattutto l’universo dell’amore. Ma l’arte, Tony, non deve essere in qualche modo anche utile?
Ma sai, l’amore è diventato un tema sociale. Lo vedi nel brano Il deserto dove non viene mai banalizzata la parola amore: l’amore verso il bello, verso il giusto, l’attrazione, il rischio, la voglia di mettersi in gioco. Non solo l’amore tra uomo e donna, ma amore rispetto alla scelte che si fanno. Prima di scrivere, io curioso molto all’esterno. Queste canzoni, che ho scritto con Pino Romanelli, con cui collaboro da una vita, sono state scritte in mezzo agli altri. Ti faccio un esempio: in questi giorni su Facebook ricevo molti messaggi di persone straordinarie che mi scrivono i complimenti per il disco, ma poi il dialogo prosegue: non parlano più del disco ma del tema dell’arte, entrando nel dettaglio. C’è un’urgenza da parte delle persone di condividere la propria esperienza con l’arte, “sono stato qui a vedere questo film, ti consiglio la mostra di Caravaggio, il concerto dedicato a De Andrè…”, c’è un’Italia sognante, tremante. In questo disco sembra che ci siano molti momenti di solitudine, ma in realtà è un giardino da coltivare, non da soli, ma in compagnia. Se tu pian piano fai arrivare alle persone qualcosa che non conosce… magari dopo ti riconosci e ti somigli. Come in quest’intervista: percepisco da parte tua una vera curiosità, sincerità. Non è solo lavoro.

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In questi giorni si parla di elezioni, in particolare nella tua terra d’origine. La politica può aiutare la cultura?
La politica può fare molto, ma non tutto. Ho mia figlia che a cinque anni è già bombardata da messaggi terribili, però non la faccio sentire sola. Vuole le Winx? Le compro le Winx. È l’unica possibilità che ho per non farla sentire sola quando torna all’asilo, in mezzo a venti bambini che parlano solo di Winx e Gormiti. Però poi magari la porto in campagna, le faccio mettere gli stivali e insieme piantiamo il seme, guardiamo germogliare il fiore, odoriamo la terra. Gioca per un pochino anche con dei giocattoli di legno. Libera la sua curiosità. Magari quando crescerà, chissà, non ricorderà le Winx ma l’esperienza del fiore. Così, guarda, anche chi ascolta la musica, dobbiamo incuriosirli.

Non è così facile. Servono tempo, risorse.
Lo so. È un lavoro lungo lungo lungo. Ci sono molti artisti bravissimi, che hanno difficoltà a promuovere lavori anche molto belli. Vedi Joe Barbieri (che per fortuna sta avendo dei risultati), ma anche tanti altri… In questi giorni uscirà un disco di musica contemporanea che ho prodotto io stesso. È un pianista, non è Allevi, è un vero compositore. Voleva suonare su un Fazioli (uno dei migliori pianoforti, ndr) e con Alberto Zeppieri abbiamo deciso di produrlo. Questo ragazzo scrive meravigliosamente. Il disco uscirà per la Dodici lune, che è un etichetta straordinaria che distribuisce in tutto il mondo. È un’artista che ha una bellezza nell’anima, nel cuore non potevo non impegnarmi davanti a quel talento, proprio per un discorso di coscienza. Ci siamo messi lì: due anni di lavoro. Ha scritto brani meravigliosi. Il disco si chiamerà Trasparenze: dentro senti tutta la libertà, nessuna strategia. Quando il pubblico se ne accorgerà, spero che andrà ad assomigliargli. È una scommessa. Sai, è più facile quando hai un’ artista che vende 300mila copie: sai che hai tutto a disposizione. Invece produrre un lavoro come questo è faticoso e impegnativo: una settimana di Fazioli, uno studio di registrazione… per non parlare del tempo artistico. Sai, invece, quanto ci metto a scrivere un pezzo che fa 100mila copie? Un quarto d’ora. Non è difficile. Mi pare che la canzone per Marco Mengoni (Dove si vola, ndr) io e Saverio Grandi l’abbiamo scritta in venti minuti. Non rinnego il pop commerciale… che poi è quello che consente di liberarti in altri ambiti. Ricordo che nel 1991 E noi qui mi portò i miei primi soldi: e comprai un pezzo di terra, in un boschetto. Pian piano mettevo lì vicino i miei guadagni: ci ho costruito una casa, un po’ per volta.

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