Intervista semiseria alle Iotatola

by , under Varie

Iotatòla  su PopOn

Fare un’intervista telefonica con una band è sempre un’operazione complicata. Come si procede? Si parla con il frontman e tanti saluti al resto del gruppo, facendo della nota imitazione dei Negramaro messa in atto da Checco Zalone una sorta di manifesto programmatico? Si punta tutto sul classico dualismo tra

il cantante e il chitarrista, che da Mick Jagger e Keith Richards in poi ha sempre offerto grandi spunti a chi si occupa di critica musicale e di costume, buttandola in gazzarra? O si fa una domanda lasciando che siano i membri della band a vedersela, poi, rispondendo o uno alla volta o, magari, come Qui Quo Qua, i nipotini di Paperino, una parola per uno?
Domande lecite, legittime, necessarie. Alle quali se ne aggiungono altre, di non minore importanza.
Nello sbobinare l’invertista, preso atto che a parlare sono in due, cioè esattamente il totale dei componenti della band in questione (non di duo si tratta, ci tengono a precisare entrambe le intervistate, perché di due donne si tratta, ma di una vera e propria band, perché il duo, ci tengono a precisare, fa tanto serata triste al karaoke), che deve fare il bravo intervistatore: cercare di rendere le due voci, evidenziandone le differenze, o deve uniformare il tutto in uno stile piano, di servizio, che faccia semplicemente uscire le parole per quel che sono, fregandosene dello stile? Lo stile, appunto. E lo stile della band, il genere che suona, il tipo di canzoni che scrive? È necessario che questi dettagli vengano fuori dall’intervista. Della serie, se parli di una band heavy metal devi tenere un linguaggio duro, da macho, mentre se stai parlando ai Village People devi parlare di te al femminile, magari enfatizzando una certa glamourness che neanche sapevi di avere?

Dico tutto questo perché, lo confesso apertamente, da quando, anni fa, ho smesso di vedere il giornalismo come una cosa a sé stante, almeno per quel che mi riguarda, rispetto alla letteratura, illuminato sulla via di Damasco da certi autori gonzo usciti dalle fila di Rolling Stone America, da Hunter S. Thompson a Tom Wolfe, fatico non poco a leggere e quindi a scrivere le interviste come semplici successioni di domande e di risposte. Ho faticato a farla passare, questa mia visione delle cose, ai tempi di Tutto Musica, ma col tempo la direzione, prima, e il pubblico, poi (o viceversa, vallo a capire) si sono abituati alla quasi totale assenza di virgolettati nei miei pezzi. Al punto che, non fosse per la tipica cautela di chi rischia a ogni pezzo di beccarsi una querela, avrei anche potuto rinunciare alla saggia prassi di registrare ogni intervista, tanto poi il frutto della chiacchierata sarebbe uscita completamente reinterpretata dalla mia penna in fase di scrittura.
E quindi veniamo all’intervista che state per leggere, o che meglio, inconsapevolmente, avete già cominciato a leggere, quella alle Iotatola. Iotatòla  su PopOnLe Iotatola sono una delle band più originali che mi sia capitato di sentire negli ultimi anni, quantomeno in Italia, e rendere il senso della nostra chiacchierata, fatta al telefono qualche giorno fa, semplicemente riportando le mie domande, non troppo intelligenti, immagino, e le loro risposte, brillanti nonostante le suddette domande, avrebbe in qualche modo tradito il senso del loro lavoro, e anche del mio.

Le Iotatola, infatti, sono due musiciste palermitane, Serena Ganci e Simona Notaro, che dopo aver maturato svariate esperienze separatamente, l’una in ambito prettamente jazz, con Parigi come suggestiva location, l’altra nella natia palermo, muovendosi agilmente nella scena rock e flirtando anche con quella neo-cantautorale (un nome su tutti, Di Martino), hanno deciso di mettersi a lavorare insieme, dando vita a una band. Non un duo, quindi, ma una vera e propria band. Con l’una a cantare e suonare la batteria, l’altra a cantare e suonare strumenti a corde, chitarre in testa. Due ma autosufficienti.
Le Iotatola, mi dicono, alternandosi alla cornetta, sono nate nel momento in cui Serena, tornata a Palermo vittima della “saudade de Sicily”, ha avuto necessità di trovare qualcuno che la accompagnasse nelle sue esperienze cantautorali, ma da incontro è nato incontro, cioè la band. Simona, infatti, non si è limitata, inizialmente, ad accompagnare Serena nei primi brani da lei scritti, ma si è proposta a sua volta come autrice di altri brani, sempre incentrati su un mood di ironia e magia, al femminile. Perché una cosa salta all’occhio, o meglio all’orecchio, ascoltando i brani delle Iotatola, se è vero che i brani sono scritti da quattro mani diversi (due e due), è anche vero che, forti di suoni e arrangiamenti quantomai uniformi e compatti, sembrano essere state partorite da una sola mente, una mente piuttosto geniale, visti i risultati. Le due, infatti, mi dicono, sempre alternandosi al telefono, di come il loro incontro si sia presto trasformato in una sorta di simbiosi, con un grande feeling sul palco e in studio, ma anche una bella amicizia fuori dal mondo della musica. Amicizia che, nell’andare a scrivere i brani che finiranno nel prossimo album, il secondo dopo il fortunato esordio di Vedo viola, arrivato dopo la vittoria a Musicultura di Recanati, premio ambitissimo da chiunque faccia musica d’autore in Italia, che abbia ambizioni pop o anche indie, ha fatto sì che le due osassero anche contaminare i brani scritte dall’altra, come abbattuto quel pudore che, nel caso dell’esordio, le aveva tenute su un mood di rispettoso riserbo.

Iotatòla  su PopOn
E la parola indie, finita ovviamente non per caso nel mio riproporvi la nostra conversazione, odiata da entrambe ma da entrambe usata a più riprese, è quella che in qualche modo deve dare i paletti entro i quali le Iotatola si stanno muovendo ora, intendendo per Indie gente come Dente, De Martino e affini, più che altro, anche se, mi diranno le due, a più riprese, l’idea di andare a Sanremo, che del concetto di indie è un po’ il negativo, le ha sempre accarezzate, italiane nate e cresciute, al punto da provarci l’anno scorso, arrivando davvero a un passo dal finire nei nove del Sanremo Giovani, con tanto di esibizione in front of Gianni Morandi, scambiato, causa miopia di Serena, per uno dei tecnici del palco dell’Ariston, e dal volerci riprovare di nuovo per l’edizione 2012. Sempre rimanendo indie, è chiaro, perché l’essere parte di un certo ambiente, nello specifico quello dell’Arsenale, sorta di confederazione dei musicisti siciliani che ha in gente come Cesare Basile il proprio capopopolo, le fa sentire in tutti i casi meno sole (loro che proprio a una certa autonomia femminile e femminista, benché in chiave infantile, hanno deciso di rendere omaggio nel loro nome).
Il futuro, mi diranno, le vedrà tornare in studio, sempre con lo stesso team produttivo, gente che ha creduto in loro dopo il successo di Musicultura, e che quindi ha sposato il progetto così com’era, senza interferire. Il futuro, ripetono, le potrebbe anche vedere sul palco dell’Ariston, se la congiuntura astrale sarà benigna con loro, loro che andrebbero volentieri anche da Maria De Filippi, tanto per spodestare chi adesso occupa poco pacificamente i pochi intestizi che la televisione offre alla musica, convinte come sono, Serena e Simona, che la loro via al pop non sia poi così ostica anche per il grande pubblico, pubblico cui probabilmente manca ancora la possibilità di conoscerle, non certo la capacità di apprezzarle. In bocca al lupo per tutto, ho detto loro, salutandole, magari ci vediamo a Sanremo, allora. “Magari,” hanno risposto.

Intervista di Michele Monina
Lunedì 31 ottobre 2011

Vai alla pagina delle Iotatòla
Vai alle altre Notizie

Condividi