Inedito

by , under Disco di inediti

Laura Pausini su Popon

Warner Music, 2011

Giorni fa parlavo con uno che ha scritto alcune delle canzoni di maggior successo degli ultimi quarant’anni. Un grande autore. Incuriosito gli ho chiesto come e quando, dopo aver scritto un brano, o magari proprio duranta la scrittura, capisse che una determinata canzone era adatta a uno determinato interprete, a quello e quello soltanto. Cinico che sono, conoscevo già la risposta, ma mi piaceva, per una volta, credere alle favole. Il tipo, di cui non faccio il nome per non distrarvi, mi

ha detto quel che mi aspettavo, che una bella canzone è una bella canzone, e che quindi può essere cantata da tutti, magari aggiustando un po’ l’arrangiamento a seconda delle necessità del caso. Niente magia, quindi, ma neanche una scorsa bieca al conto in banca.
Una bella canzone è una bella canzone, quindi. Ce lo insegnano sin da piccoli, del resto, quando con la chitarra martoriamo un classico di Gino Paoli, ché tanto lui non si è mai spostato più di tanto dal giro di do.
Poi capita di ascoltare Inedito, l’ultimo album di Laura Pausini, e tutte le certezze che ci hanno accompagnato per il lungo cammino della vita si sgretolano. Di colpo, irreparabilmente. Date una scorsa alla tracklist, perchè sapete che c’è una canzone, soprattutto una, che non potete non ascoltare, quella che ha scritto per lei il vostro autore preferito, in Italia. Un uomo nei confronti del quale nutrite una stima al limite dell’idolatria. Uno che, se vi dovessero proporre un trapianto del cervello o del cuore, probabilmente indichereste come possibile donatore. Parte il brano, e siete vittime di un’esperienza extracorporale. Di quelle, lo sapete e in parte già lo temete, che vi porteranno a diventare una macchietta degna di finire in un servizio di Mistero, lì a parlare di microchip sottocutanei e sondini anali di fronte a un mai abbastanza imbarazzato Daniele Bossari (ma non potrebbe starsene a casa con Filippa, ci si chiede legittimamente?). Il testo e la musica sono inconfondibilmente quelle che vi potreste aspettare dal vostro mito assoluto. Parole di una bellezza sconcertante (“Quando eri con me/ il buio che scendeva con la sera/ si fermava sulla porta di casa” oppure “io ti penserò vicino/ sulle strade del mondo/ perché ho avuto tanto bisogno di te/ come l’erba del deserto/ ho sfidato la vita” oppure “ogni sorriso ha il suo momento/ il suo patto con l’amore/ ogni donna ha la sua fuga/ che è la sua speranza/ la nebbia intorno fa lo sforzo di salire/ e io posso vedere ancora” e soprattuto “Dio salvami oggi/ oppure quando vuoi/ restituiscimi all’amore quando vuoi/ sì”), semplici e assolute, come tutti i suoi testi, si appoggiano su una musica che, nonostante un arrangiamento in sentore di tamarraggine, è inconfondibilmente sua, del mio idolo, ma a cantarle non è la sua voce, ma quella di Laura Pausini. Quindi, di colpo, è come se quelle parole, quella musica, fossero, che so?, Resta in ascolto o La solitudine, uniformate, omogeneizzate da quella voce così potente, così caratterizzante. Una canzone bella e brutta al momento stesso. L’esperienza extra-corporale di cui sopra. Una bella canzone cantata da una voce che nulla c’entra.
Una voce capace, questo è evidente, di ammazzare la poesia, là dove c’è.
Poi però arriva il famigerato momento del sondino anale, quello immancabile in ogni esperienza extracorporale che si rispetti, e nel ritornello, la voce di Laura viene affiancata da quella del vostro idolo. Sì, non solo il vostro mito assoluto, quello a cui avreste chiesto di donarvi il cuore o il cervello ha scritto una canzone per lei, ma l’ha pure cantata. E allora, se da una parte è vero, c’è crisi, lo Spread è sopra il 500 punti, i tassi del mutuo sono saliti e tutto, quindi potete cercare una giustificazione, dall’altra no, questo non potete accettarlo. La bellezza non si può rovinare, è ingiusto. Il pane e le rose, lo sapete bene, è ambizione legittima. E visto che il pane manca, almeno le rose non ve le potete vedere devastare così, tanto più dallo stesso giardiniere.
I fatti sono questi: Ivano Fossati ha scritto una canzone per Laura Pausini.
Ivano Fossati ha cantato una canzone, quella canzone lì, con Laura Pausini.
Lo ha fatto anche Gianna Nannini, che però non è il vostro mito assoluto, non le chiedereste mai il cuore o il cervello. E il brano che hanno fatto insieme, le due, Inedito, dimostra ancora di più quanto detto prima, una bella canzone è una bella canzone, una canzone così così pure.
Nell’album, però, di canzoni ce ne sono quattordici, perché evidentemente abbiamo qualche colpa da espiare, qualche colpa grossa davvero. E invece di reincarnarci in un tafano, ci tocca stare qui, per le strade del mondo, a sentirci tutto il nuovo lavoro della cantante italiana che più ci rappresenta all’estero (del resto, se il politico che ci ha rappresentato negli ultimi vent’anni è Silvio Berlusconi, direi che vale tutto).
Le altre canzoni sono lì, capaci di tirarvi fuori le stesse emozioni della pubblicità di un colluttorio per le gengive.
Canzoni che non ascoltereste, se non per mestiere. Canzoni che un subconscio amorevole rimuoverà a breve, lo sapete. O quantomeno ci contate.
Canzoni che vi evocano paragoni con Moccia, con i Cinepanettoni, con i programmi della De Filippi. Grandi successi annunciati che lasciano il vostro encefalogramma piatto.
Però sono canzoni innocue, senza la firma di Ivano Fossati in calce. È vero, c’è quella di Nicolò Fabi, e anche quella di Nicolò Agliardi, ma la crisi è crisi anche per loro, evidentemente.
Ivano Fossati ha detto che si ritira. Dice che vuole godersi il mondo, il mare. Sul momento l’avete presa male. Cambiare idea è sintomo di intelligenza, vi dite.

Scritto da Michele Monina

Tracklist:
* Benvenuto
* Non ho mai smesso
* Bastava
* Troppo tempo (con Ivano Fossati)
* Le cose che non mi aspetto
* Mi tengo
* Ognuno ha la sua matita
* Inedito (con Gianna Nannini)
* Come vivi senza me
* Nel primo sguardo
* Nessuno sa
* Celeste
* Tutto non fa te
* Ti dico ciao

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