Alla ricerca dell’orizzonte perduto con Daniele Silvestri

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Daniele Silvestri su PopOn

Intervista di Nicola Cirillo

S.C.O.T.C.H., il nuovo disco di Daniele Silvestri, diventa “ultra resistente” e incollerà gli ammiratori del cantautore romano in due tour che partiranno a febbraio. Ne abbiamo parlato proprio con Silvestri, ed è stata l’occasione per alcune riflessioni sul linguaggio, sull’Italia, sulla necessità di futuro…

Daniele, vorremmo chiederti qualcosa sul tuo nuovo progetto discografico, sul nuovo tour e qualcosa sulla manovra finanziaria. Da cosa cominciamo?
(Ride) Per fortuna non sono collegate le cose. Anzi a dire il vero la manovra collega un po’ tutto: è davvero tosta. Ma cominciamo da dove vuoi tu.

Allora parliamo subito di S.C.O.T.C.H, il nuovo disco che è appena uscito in versione “resistant” con dvd del live e tre inediti. Il disco precedente risale al 2007 e quello ancora prima al 2002. Tempi inusuali. Come mai ci fai aspettare così tanto?
Potrei dirti banalmente che la vita è fatta di tante altre cose, che le uscite discografiche non sono tutto, anche se sono una grossa parte del mio mestiere. Ma la vera risposta è che probabilmente, man mano che cresco, sento più di prima il bisogno di essere molto, molto convinto di quello che produco. L’entusiasmo continua a esserci e pure le curiosità, ma è da 17 anni che pubblico dischi (che scrivo canzoni anche di più: tra pubblicate e no ne avrò scritte più di duecento) e non ripetersi diventa una delle cose più ambiziose, un impegno che riesco a soddisfare con un lavoro molto più lungo di prima.

Però dopo un po’ di assenza è legittimo avere qualche timore sulla risposta del pubblico. Tu ce l’avevi? E ti aspettavi invece tanto entusiasmo?
Obiettivamente non mi aspettavo questa risposta. Proprio per il tipo di disco che ho fatto: mai come questa volta il disco è andato incontro ai miei gusti personali, mi ha consentito di togliermi certe voglie sul modo di procedere, le scelte da fare, cosa privilegiare. Davo per scontato che sarebbe piaciuto magari tanto, ma a pochi, e magari anche questi lo avrebbero apprezzato solo col tempo. Non mi aspettavo dei risultati rapidi.

Ma non mi hai risposto alla prima parte della domanda: il tuo sentimento.
Hai ragione, che è anche la parte più interessante. Io sono molto più spaventato dall’ipotesi di rincorrere una costanza di rapporto con chi la musica la acquista e magari, così, ritrovarmi a tirar fuori l’indifendibile; tutto pur di stare nei tempi che qualcuno mi dice siano più corretti. Forse dipende dal carattere, ma io devo sentirmi sicuro di quello che ho fatto e al riparo da ogni critica. Intendiamoci: ci devono essere la critiche, ma riferite al gusto, alle scelte fatte; io non devo sentirmi in difetto per impegno e buona fede. È un punto essenziale nella vita, non solo in questo mestiere. Devo sentire che non ho scritto cose per interesse, per paure o per altri problemi. In questo lavoro è necessaria la sincerità, la necessità espressiva. Ora non voglio dare un’immagine romantica: questo lavoro è fatto anche di contratti, di scadenze, di impegni, da persone il cui lavoro dipende dal tuo, ma tutto questo è comunque secondario.

Daniele Silvestri su PopOn
Due dei brani inediti sono stati caricati su YouTube da ammiratori. Tu li hai presi e riproposti sul tuo sito. Dunque internet non fa male alla musica, anzi aiuta a promuoverla. È così?
Certo che sì. Aiuta a diffonderla, aiuta a farla vivere e a farla crescere perché si avvale di altre forme di comunicazione, dell’apporto di chi in maniera del tutto esterna, come in questo caso, decide di associare delle immagini alla canzone. Anche qui non si può dividere tutto con l’accetta. Ci sono alcuni elementi del nuovo mondo che possono confondere. È più importante la diffusione che la vendita. In un certo senso il crollo dell’industria discografica ci riporta a condizioni di un secolo fa, quando la musica viaggiava per spartiti e non si comprava e vendeva. La sua dimensione era sempre il concerto, non esisteva il supporto. Era il concerto che la diffondeva.

Anche la musica “popolare” si diffondeva in modalità pubbliche e solo “dal vivo”, invece la musica “pop” nei nostri giorni è del tutto “privatizzata”.
Esatto. Internet in questo senso, anche violentemente per certi versi, ha imposto una democratizzazione della fruizione della musica. Questi sono gli anni in cui si ridefinisce il tutto anche in termini legali. Credo che il diritto d’autore debba essere tutelato e debba essere una fonte di reddito per chi produce e ci campa, ma fino a un certo punto e commisurandosi con una realtà tecnologicamente e socialmente diversa; nel suo essere diversa ha aspetti estremamente positivi come l’immediatezza, lo scambio, l’interattività. YouTube è l’esempio più clamorso, più dell’mp3. Oggi la musica si vede prima di essere ascoltata. Io, se devo ascoltare un pezzo, come prima cosa lo cerco su YouTube. Poi magari non mi fermo lì, ma su YouTube vedo all’istante di che si tratta, posso sentire diverse versioni di chi l’ha eseguito. Io stesso per fare dei videoclip mi sono ritrovato a ragionare sui formati per YouTube, non per MTV. In una riunione, in brevissimo tempo, ci siamo trovati tutti d’accordo sul destinare il budget su più video per YouTube, piuttosto che su un solo video patinato da mandare in tv.

Proprio in uno di questi inediti, Caro architetto, chiedi di abbattere i muri che impediscono allo sguardo di vedere l’orizzonte. Quali sono questi muri?
Quella canzone in particolare è figlia dello stesso periodo di S.C.O.TC.H e solo per mancanza di spazio non l’abbiamo inserita nella prima edizione. Concettualmente sarebbe venuta subito dopo S.C.O.T.C.H. nella lista, ma poi abbiamo dovuto scegliere tra quasi trenta brani. C’è un verso della canzone in cui dico che avrei bisogno di un orizzonte largo e lo chiedo a un architetto, piuttosto che a chi mi governa o a chi mi educa. E chiedo di poter uscire dall’eterna trattativa, non so se ci hai fatto caso. Perché nell’ultimo ventennio ci siamo dovuti abituare a discutere tantissimo della nostra vita, sentir parlare, polemizzare sulle scelte possibili, ma sempre parlando di scelte di vita che arrivano al massimo alla fine dell’anno, alla fine del mese. Siamo sempre meno capaci – e lo è soprattutto chi ci dovrebbe governare o guidare – di parlare di futuro, di avere una visione più lungimirante che cerca di progettare una società, un’idea di uomo. Che in fondo è quello che dovrebbe essere il mandato della politica. Non è un discorso intellettuale. È concreto, ci facciamo i conti tutti i giorni: le nuove generazioni di futuro non vedono neanche l’ombra. E quel poco che vedono giustamente li terrorizza, li spaventa, perché è un futuro che non puoi non immaginare più difficile del presente. È questo l’orizzonte che manca.

Un recente studio attribuisce la miopia fisica alla disabitudine a guardare lontano, fuori dalla finestra e dall’abitudine di guardare solo nella finestra del computer. Miopia fisica e spirituale possono coincidere
Ma lo sai, il percorso verso qualcosa che non corrisponde alle nostre esigenze fisiche è iniziato molto tempo fa. Forse quando abbiamo cominciato a concepire le città come metropoli e abbiamo smesso di vedere il cielo e tutte le informazioni che ci dà. Dal punto di vista della capacità visiva non ho dubbi, che ci stiamo abituando a un orizzonte ristretto nell’ambito di un monitor. È pure vero che quello sguardo potenzialmente può essere altrettanto ampio, anche di più; certo non per il nervo ottico, ma per il cervello può esserlo.

In effetti sei uno dei pochi artisti che usa il suo sito web non solo per informare delle proprie attività, ma anche per dare ribalta all’informazione in generale. Anzi spesso alla controinformazione.
Sì riporto notizie che credo andrebbero diffuse, link, ma ti assicuro che lo uso anche meno di quello che vorrei.

Daniele Silvestri su PopOn
Conosciamo il tuo impegno politico, eppure in S.C.O.T.C.H. emerge forte la disillusione per Questo Paese. La politica può aiutare o no a guardare l’orizzonte che dicevi?
Non capisco come potrebbe essere altrimenti. Per definizione la politica nel senso alto del termine si occupa del bene comune. Semmai è difficile che ci riesca la classe politica nelle sue forme radicate, istituzionalizzate, a cominciare dai partiti, che probabilmente non rispondono più alle giuste esigenze, non richiedono più come condizione quella di saper guardare lontano e ridisegnare il mondo. Vorrei evitare di generalizzare, ma se c’è un periodo in cui è facile generalizzare è questo. Per questo il disco è così amaro. Noi come Italia abbiamo più responsabilità degli altri, ma non per il contributo all’eventuale collasso globale (che poi ci credo fino a un certo punto); parlo di responsabilità come Paese che ha smesso completamente, da anni, di investire nel suo futuro, nei giovani, nell’istruzione, nella cultura, nel miglioramento delle regole e anche nella capacità di insegnare i valori che permettano di rendersene conto. Anzi, in questi ultimi anni sono andati affermandosi valori opposti.

Eppure i toni amari sono raccontati con ironia, ritmi sostenuti, giochi di parole: S.C.O.T.C.H. è un acronimo e i testi dei brani sono pieni di rime, assonanze, calembour. Come è nata questa passione per la parola e come la coltivi?
Se c’è un colpevole è mio padre. Mi ha costretto sin da bambino a giocare con le parole, trovando però in me una predisposizione, chissà! Quando avevo 6-7 anni il gioco preferito era quello di parlarci in rima. Non lo facevamo spessissimo, ma era divertente. Mi ha fornito così, alla distanza, uno strumento in più. Alla fine l’ho fatto per mestiere, ma anche se non lo avessi fatto per mestiere sarebbe rimasto come atteggiamento mentale. Giocare con le parole significa avere la possibilità di smontare il luogo comune, acquisire una maggior conoscenza di sé, perché siamo fatti in gran parte di linguaggio. Il nostro modo di ragionare, di relazionarci è determinato dal linguaggio che usiamo. Anche per sognare e per pensare usiamo un linguaggio che ci viene costantemente insegnato, aggiornato. Ma spesso non abbiamo l’abitudine di smontarlo per scoprire che cosa c’è dietro, cosa mi può insegnare, cosa può svelare. Invece questa capacità può diventare un’arma che in alcuni casi è anche dirompente: non è il mio caso, ma potrei fare molti esempi. Per restare nel mio ambiente penso a Caparezza, che in questo senso ha una capacità di usare le parole in maniera sorprendente e spesso svela delle verità nascoste.

A proposito di parole, i cofanetti così curati come S.C.O.T.C.H. in genere vengono chiamati “deluxe”. Il tuo si chiama “resistant”.
Sì ho voluto chiamarlo così per varie ragioni. Mi andava di giocare ancora un po’. Ho rintracciato una pubblicità di un nastro adesivo straniero che appunto si presentava come “ultra resistant”. Mi è sembrato divertente anche perché nella parola “resistenza” io ci leggo qualcos’altro, che continua a piacermi e che sento legato alle storie di questo disco.

Ma si può leggere in un altro modo ancora: S.C.O.T.C.H. è anche un successo resistente, soprattutto in considerazione della vita media di un disco oggi. Infatti riprendi anche con un doppio tour. Perché due tipi di spettacoli?
I due tour sono costole dello stesso spettacolo: il tour di S.C.O.T.C.H. teneva insieme anime diverse. Chi ha visto il concerto quest’estate ha notato che era uno spettacolo ponderoso, ma con parti diverse. Adesso mi vorrei concentrare su alcuni aspetti. Lo spettacolo teatrale con Pino Marino è un po’ figlio del caso. Ci siamo ritrovati a Caserta vecchia in una rassegna che ci chiedeva di fare qualcosa di “nuovo”, di inventare, di non limitarsi a un concerto, ma integrarlo con elementi di teatro, letteratura. Così abbiamo creato uno spettacolo anche piuttosto improvvisato, ma con un risultato che ci ha soddisfatto molto, tanto che ci siamo detti: non facciamolo finire qui. Non nascondo che in questo modo ho assecondato anche un mio desiderio che viene da lontano, il desiderio di giocare molto di più con lo strumento teatrale, con la drammaturgia, col racconto, con la quarta parete tirata su. In questi giorni sto lavorando con Pino e ci stiamo divertendo da morire. Ci devono abbattere per tutte le idee che tiriamo fuori, che sono davvero troppe! Accanto a questo mi sembrava divertente, ma anche sano, fare un l’opposto: i concerti che faremo nei locali saranno puro rock and roll, con molta meno struttura. Suoneremo e basta, anche con il minimo supporto esterno: noi, gli strumenti, le voci, le luci. Punto.

19 dicembre 2011

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