Morire per cinque euro

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Simone Arminio su Popon

Martedì 13 dicembre 2011

Francesco Pinna non aveva vent’anni. Studiava, aveva una ragazza e un futuro magari radioso. È morto montando un palco per Jovanotti e, riferiscono i tg, per non più di cinque euro

all’ora. Per lui, e per chi è come lui, dovremmo soffermarci un secondo a pensare ogni volta che varchiamo la soglia di un palasport, di uno stadio o di un grande evento live. Dovremmo pensare che le tensostrutture, le casse da mille watt e i maxischermi dove viaggiano le nostre passioni, hanno formichine piccole piccole che le tirano su, e quasi mai si tratta di professionisti del settore. Quasi sempre sono nostri figli, nostri parenti, siamo noi. Eppure, per chissà quale strana perversione mentale, siamo abituati a pensare che il luogo di un concerto sia un luogo votato soltanto al divertimento, alla gioia e alla birra a fiumi. Un luogo dove se arriva la morte, è sicuramente per gli eccessi di divertimento. Lo pensava anche Francesco Pinna? Lui che magari agli amici raccontava orgoglioso di aver visto da vicino il jet-set. Soltanto che il jet-set torna a casa con le tasche piene e Francesco, mentre scrivo, ha un lenzuolo bianco in faccia.

Non parlo per luoghi comuni, non dico le cose per dire. Ho poco più della sua età, e alla sua età facevo il suo stesso mestiere. Mi pagavo gli studi facendo giornate per il mondo dello spettacolo. Con me centinaia di persone, colleghi universitari e non, e altre migliaia lo faranno domattina. Ogni lavoro ha i suoi rischi, direte voi. Tanto più che il mestiere di cui parliamo, di rischi non ne avrà mai quanti se ne corrono in una miniera o in un cantiere. Tutto vero. C’è solo un piccolo particolare: quello delle maestranze dello spettacolo è il settore con il maggiore divario tra i compensi percepiti, i rischi che si corrono e l’età di chi li corre. Un lavoro per cui nessuno ti farà mai un contratto o una formazione degna di questo nome. Un servizio sorretto sulle spalle di giovanissimi lavoratori occasionali, alle spalle di artisti che spesso di tutto ciò sanno poco o forse nulla.

Ricordo i miei esordi, uguali a quelli di chiunque altro. A diciannove anni compiuti, mille chilometri lontano da casa, raccoglievo spazzatura con le mani su un prato dopo il concerto di Ben Harper. Uno di quei lavoretti che per un po’ di tempo ho nascosto ai miei genitori. Perché studiavo all’università e non avevo gravi problemi di soldi. Avevo solo un po’ di remore a pagarmi i divertimenti con il sudore di mamma e papà. In più pensavo: quando sarò grande e avrò un figlio, potrò dirgli “sai, figliolo, papà ha una laurea ma la sua dignità l’ha appresa raccogliendo spazzatura, perché non c’è lavoro che non abbia valore, e non c’è esperienza che non ti accresca l’animo”. In più c’era l’aspetto ludico. Lavorare per lo spettacolo è fighissimo. Puoi vantarti con gli amici, dire: “Ho fatto la security al concerto di Ligabue, montato il palco di Jovanotti, fatto la guardia al camerino di Vasco, strappato i biglietti al concerto dei Radiohead”.

Ho pensato a Francesco Pinna oggi pomeriggio, e poi, egoista che sono, ho ripensato a me stesso. Sono stato fortunato: poche volte mi è toccato di arrampicarmi sulle tensostrutture. Ho ricordato però di quella notte in cui, tour manager ventitreenne, durante un concerto mi sono trovato dietro il palco a ragionare con un mafiosetto ubriaco e armato di coltello. E se ci penso bene, quella volta a raccogliere spazzatura con le mani mi sarei potuto squarciare un dito con una bottiglia in frantumi. Oppure al posto di una bottiglia poteva esserci una siringa infetta. Da allora, però, quando vado a un concerto, la mia stronza bottiglia di birra vuota la rimetto in tasca. A chi mi chiede perché, rispondo: conosco quella gente. Il più delle volte ha vent’anni. Qualche volta, assurdamente, muore per cinque euro. Per un concerto. Allora addio Francesco, collega. Che ti sia lieve la terra.

Simone Arminio


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