Il canto di Fiorella Mannoia per i tanti sud del mondo

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Fiorella Mannoia su PopOn

Intervista di Giulia Zichella

I tanti “sud” del nostro mondo, da sempre derubati e depredati. Parte dal libro di Pino Aprile “Terroni” una riflessione per Fiorella Mannoia che, dopo un anno e mezzo di lavoro, termina tutta nel nuovo disco: Sud. Abbiamo parlato con lei di quanto Catania o Palermo non siano poi così lontane dall’Africa, e non solo geograficamente; dei venti di cambiamento provenienti dalla Sicilia; di Napoli e della famiglia De Filippo. E poi sì, anche di musica.

Partiamo dal titolo del nuovo album: Sud. E’ giusto pensarla al plurale questa parola, vale a dire i tanti Sud del mondo?
Certo, l’idea del disco mi è venuta leggendo il libro di Pino Aprile “Terroni”, ma questo non è un disco che parla di unità d’Italia e solo del nostro sud; quelle pagine sono state lo spunto per riflettere su tutto il sud del mondo. Quel libro mi ha fatto conoscere una parte di storia del nostro Paese che non conoscevo e poi la riflessione si è estesa altrove, ed è stato facile comprendere come i tanti sud abbiano lo stesso destino, siano stati depredati, saccheggiati, derubati, tenuti volutamente lontano dal progresso, dall’istruzione, dalla cultura, e abbandonati a loro stessi. Il pensiero non poteva non andare in Africa, che è purtroppo terra di saccheggio e di abbandono per eccellenza.

In copertina c’è lei sullo sfondo di una strada che potrebbe essere Palermo come L’Avana o Rio de Janeiro, è voluta questa vaghezza?
Quella è una foto scattata a Bahia ma volutamente ho scelto di mettere in copertina un’immagine anonima, perchè non volevo dare una connotazione geografica precisa. In realtà quella strada non è solo in Brasile, ma è a Napoli, a Catania, a Palermo…

A proposito di Napoli, il tour partirà proprio da lì nel primo giorno di primavera. Scelta casuale?
La scelta della data sì, quella che non è stata affatto casuale è la decisione di partire da Napoli. Ho voluto cominciare da lì perché a Napoli è dedicata anche una canzone del disco scritta da Titina De Filippo; direi perciò che c’è un buon motivo per cui il tour debba partire proprio da lì.

Fiorella Mannoia su PopOn
Il brano a cui fa riferimento è Quanne vuò bene, come si è avvicinata alla famiglia De Filippo?
La canzone in realtà mi è giunta per caso da uno degli autori della musica. Avevano musicato questa poesia, in verità non so come ci siano arrivati, però quando la canzone è arrivata a me l’autore mi ha detto “ho tentato tante volte ma la famiglia De Filippo non l’ha mai voluta dare a nessuno”. E allora mi fregio di questo grande privilegio, di avere su un mio disco la firma De Filippo; ne sono davvero molto onorata, tenendo conto di tutto quello che la famiglia De Filippo ha dato al teatro, al cinema, alla cultura del nostro Paese.

Musicalmente il disco si muove dai suoni sudamericani, alla melodia italiana di Luca Barbarossa, fino al rap di Frankie Hi-NRG. L’ha volutamente cercata questa mescolanza di generi e stili?
Sì, l’ho cercata… ad esempio giravo intorno al nome di Frankie da parecchio tempo, anche se questa non è stata la mia prima esperienza con questo genere musicale. Durante il penultimo tour cantavo, infatti, una canzone di Jovanotti – Occhio non vede, cuore non duole – ed è proprio durante quell’esperienza che ho capito che il mio non era un rap, cercavo in realtà di recitare sulla musica quelle parole. Dopo quel tour ho pensato che forse ero pronta per affrontare un eventuale rap di Frankie. L’ho cercato, spiegandogli qual era il tema del disco, che volevo parlare di Sud con tutto quello che si porta dietro, compreso il problema dell’immigrazione, e lui devo dire che ha centrato in pieno l’obiettivo, come fa sempre, diretto, duro, crudo… insomma ci siamo trovati.

In questo disco ha sentito anche il bisogno di mettersi a scrivere. Da cosa è partita per il brano Se solo mi guardassi, musicata da Ivano Fossati?
Sono partita dai musicisti che hanno collaborato a questo disco… se solo si volesse sapere, domandare a chi ci è accanto, chiedere, informarsi. Così ho cominciato a fare loro delle domande, anche semplici, da dove vieni, che cosa mangi, com’è il tuo paese, dov’è la tua famiglia, in che religione credi etc. Ti si aprono dei mondi straordinari, da noi così distanti, in tutti i sensi, geograficamente e culturalmente. Ce li abbiamo vicini, ci passano davanti tutti i giorni, nei viali, sulle nostre spiagge, e vendono borse, tappeti, oggetti vari, ma vedo che nessuno mai domanda loro “come ti chiami?”. Se solo lo volessimo, loro sarebbero ben felici di raccontarcelo e sarebbe per noi un grande arricchimento.

Fiorella Mannoia su PopOn
Sono proprio di questi giorni le notizie delle rivolte che sono partite dalla Sicilia e stanno ormai toccando tutta l’Italia, possono secondo lei essere sintomi di un cambiamento?
Quando ho cominciato a pensare a questo disco la primavera araba era lontana, sono più o meno due anni che ci lavoro e non potevo immaginare né quello che sarebbe successo nel Nord Africa né quello che sta accadendo ora da noi in Sicilia. Credo che qualcosa si stia muovendo perché non si può pensare che nel terzo millennio alcune popolazioni siano tenute sotto giogo da poteri che non li aiutano, che anzi li sfruttano, che non danno loro la dignità di essere umani. Credo che questo stia succedendo in Africa come da noi, anche se da noi è un po’ diverso; non so chi ci sia dietro queste proteste ma neanche m’interessa saperlo, tanto ci sarà sempre qualcuno che per motivi elettorali cavalca le proteste per poi mettersi delle medaglie. Quando un popolo scende in piazza non per chiedere una cosa specifica ma per manifestare solo la propria disperazione, il proprio disagio, vuol dire che la politica ha fallito, quella di destra ma soprattutto quella di sinistra, che non sa più stare vicino ai bisogni della gente e ha tradito un po’ il suo patto.

Negli anni hanno scritto per lei tanti autori, che cos’è che le fa scegliere una canzone da cantare, come capisce che quelle parole e non altre possono starle bene addosso?
Devono essere parole che rispettano il mio pensiero, non potrei mai cantare parole che non condivido. In questo momento poi ho cominciato a scrivere anch’io le mie parole, ed è una sensazione… bella, esaltante direi, che non avevo mai provato prima. Però tutte le volte in cui le parole non erano le mie, mi ci dovevo rispecchiare. Devo specchiarmi sempre in quello che sto dicendo, perché lo dico io, è affidato a me, ed io me ne assumo la responsabilità.

6 febbraio 2012

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