Sogno N° 1

by , under Disco di inediti

Fabrizio De André e la London Symphony Orchestra su Popon

Nuvole Production, 2011

Sogno N°1, il disco che propone alcune canzoni di Fabrizio De André, riprese in chiave orchestrale da Geoff Westley con la London Symphony Orchestra, è stato completato “in tutta fretta” come ha dichiarato Dori Ghezzi. E questo ha impedito, ad esempio, altre soluzioni musicali, come – pare – la partecipazione di Ivano Fossati. Il fatto che l’aspetto commerciale del progetto sia preponderante rispetto a quello artistico, dunque, non è solo un sospetto.
Tralascerei di discutere del business, se non per una precisazione: l’opera di Fabrizio De André dovrebbe essere considerata patrimonio universale. Bocca di rosa e La guerra di Piero,

La canzone di Marinella e Creuza de ma appartengono a tutti, proprio come le canzoni popolari, ed è un bene che vengano divulgate, riprodotte, omaggiate in tutti i modi possibili. Purché non vengano snaturate. E forse è questo il punto. Nel passato abbiamo assistito a interpretazioni più o meno buone delle canzoni del cantautore genovese: ricordo il doppio cd Faber, amico fragile, registrazione di un concerto tributo da parte di grandi artisti italiani, o il recente omaggio di Danilo Rea, che tramite le melodie dei brani tenta di farne rivivere l’anima, o i disegni di Mauro Biani ispirati a quelle canzoni e di quelle canzoni immagini solidali, o ancora la bella interpretazione di Preghiera in gennaio di Grazia Di Michele al Parco della musica di Roma, la commovente Pamela Villoresi intenta a leggere Le nuvole nel concerto all’Anfiteatro romano di Cagliari, e sempre in quel contesto Francesco Di Giacomo in difficoltà col ritmo di Bocca di rosa o Antonella Ruggiero con le note basse di Ave Maria. Ma in tutti questi episodi lo spirito di Fabrizio De André non è mai mancato, ed è davvero sorprendente che, invece, in questo nuovo progetto patrocinato dalla Fondazione a lui intitolata e in cui vengono usate le sue tracce vocali, Fabrizio De André scompaia.
Qualche anno fa Enrico Deregibus scrisse un articolo che – mi sembra di ricordare – si intitolava “Date a Cesare quel che è di Cesare”, con cui intendeva sottolineare proprio il fatto che alla costruzione dell’opera di De André contribuiscono in maniera importante tanti musicisti e compositori e che quest’aspetto non è affatto secondario. C’è un’analisi corretta in quell’articolo e alcune cose da obiettare (cosa che ho fatto personalmente la prima volta che ho incontrato il giornalista); ma quella considerazione – che si proponeva di rivalutare il lavoro di tanti (da Massimo Bubola a Mauro Pagani) – indirettamente non faceva che evidenziare un’altra qualità di Fabrizio De André, come la capacità di cogliere il meglio dei suoi collaboratori, riuscendo a valorizzare alcune loro caratteristiche specifiche. Ed è il motivo per cui quegli artisti hanno dato il meglio di sè proprio quando hanno potuto confrontarsi con De André.
Fabrizio De André amava sperimentare, conoscere e confrontarsi con altri musicisti, compositori, cantautori, ma certamente non per esserne sopraffatto. Nell’ultimo album di inediti, Anime salve, ad esempio, riesce a distillare il talento di Ivano Fossati, il suo intimo lirismo, il suo linguaggio contemporaneo, liberandolo da una certa verbosità, e fondendolo con la sua propria poetica, col suo dizionario popolare. Non cede più di tanto agli arrangiamenti sudamericani voluti da Fossati e il pianoforte – che comunque il collega e concittadino riesce a imporre in molti casi – non domina, circondato com’è dal patrimonio sonoro che Fabrizio De André aveva saputo cogliere da tutti gli artisti con cui aveva già collaborato, dalla PFM a Piovani, da Bubola a Bentivoglio, da De Gregori a Pagani. E si affida alla produzione di Piero Milesi che opera la sintesi corretta.
Era un cesellatore Fabrizio De André, un meticoloso ricercatore di suggestioni sonore. Un incontentabile innovatore. Il suono di ogni sua canzone non è mai casuale o frutto di accomodamento. Quando ha registrato Disamistade con percussioni e strumenti etnici, solo per fare un esempio, non l’ha fatto perché non aveva a disposizione un’orchestra sinfonica, ma perché voleva il suono dell’isola e della piazza, l’eco del berimbao che attraversa i vicoli, il suono del tlapitzalli che evoca una natura vicina e definisce, quindi, la dimensione del paese. Una storia popolare viene raccontata attraverso il suono dei popoli.
Per questo Sogno N°1 è molto discutibile proprio sotto il profilo artistico. Geoff Westley forza la mano, trasformando alcune canzoni in colonne sonore da film fantasy (Hotel Supramonte) o di fantascienza (Anime salve) oppure caricandole di un pathos sovrabbondante, come in Preghiera in gennaio , che si sviluppa in un crescendo che la voce di Fabrizio De André non può assecondare, per evidenti motivi. Eh già, perché c’è anche l’aggravante della sovraincisione della voce, rallentata, stirata, modellata sui nuovi arrangiamenti. Un lavoro solo orchestrale, o con una linea di canto affidata a nuovi interpreti (vivi) sarebbe stato più onesto sotto il profilo musicale. Non è un caso che a salvarsi sia solo il brano affidato a Vinicio Capossela, che impone la sua autenticità a Valzer per un amore, e restituisce all’opera di Fabrizio De André un po’ di verità.

Scritta da Nicola Cirillo

Tracklist:
* Preghiera in gennaio
* Ho visto Nina volare
* Hotel Supramonte
* Valzer per un amore con Vinicio Capossela
* Tre madri

* Laudate hominem
* Disamistade
* Rimini
* Anime salve con Franco Battiato
* Le nuvole

PopOn consiglia l’ascolto di Valzer per un amore!

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