Noemi e le colleghe dalla memoria corta

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Noemi su PopOn

Intervista di Michele Monina

Due righe di cappello all’intervista che ho fatto a Noemi. Io non faccio interviste con domande e risposte, di solito. Credo di non averne mai fatte in carriera. O in tutti i casi di averne fatte pochissime. Io parlo sempre di me, anche in queste poche righe. Ora, se questa deve essere una prima volta, sono felice che sia con Noemi, un’artista che ha la mia stima, che ha una gran bella voce capace di trovare colori blues, ma anche di rinverdire la tradizione degli stornellatori romani. Possiamo cominciare.

Sono solo parole, il brano che presenterai a Sanremo è una canzone diversa da quelle che hai cantato finora…
Sì, è vero. Questo brano l’ha scritto Fabrizio Moro, e non l’ha scritto apposta per me, come in altre occasioni è capitato, come con Vasco o con Federico Zampaglione. Io e Fabrizio ci conosciamo dai tempi del Sanremo 2010, quando entrambi eravamo in gara. Ci siamo conosciuti, ma era finita lì. Poi è successo che una conoscenza comune ci ha messo di nuovo in contatto, e così Fabrizio mi ha fatto ascoltare questa canzone che era rimasta fuori dal suo ultimo album. Me ne sono subito innamorata, anche se avevo delle paure, perché è una canzone molto sua.

Sì, ha anche un testo molto lungo, difficile da cantare, immagino…
Esatto. Ci sono tante parole, per di più in una canzone che parla proprio delle difficoltà che si incontrano oggi a comunicare. Comunque ho sentito questa canzone, mi è piaciuta e l’ho fatta sentire a mio padre, che mi dà sempre consigli riguardo la mia carriera. Anche a lui la canzone è piaciuta subito e allora non ho avuto dubbi. Del resto anche Corrado Rustici, il produttore del brano, è stato subito entusiasta della scelta e l’ha vestita di suoni in maniera egregia.

Sì, parliamo di Rustici. Diciamo che con te è riuscito a fare un lavoro molto attento, senza usare i suoni “alla Rustici” che ultimamente l’hanno caratterizzato così tanto…
Guarda, per me lavorare con lui è un vero onore. Figurati, io ho divorato Oro incenso e birra, come anche i lavori fatti con Elisa, con i Negramaro, insomma, Rustici non si discute. Ma lui non è uno che lavora con chiunque. Si può permettere di fare selezione, e una volta che decide di lavorare con te cerca di mettersi al tuo servizio. Con me c’è riuscito alla grande. E anche grazie a lui Sono sole parole è diventata una canzone mia.

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E adesso andrai a proporla a Sanremo, dove già eri stata un paio di anni fa. Al punto che viene da chiederti: perché mai hai deciso di tornarci? Sai già a cosa vai incontro stavolta…
Eh, sì. Un vero delirio. Non a caso da giorni sto facendo training autogeno, per affrontare lo stress di quella settimana. Scherzi a parte. So che Sanremo è Sanremo, e rispetto alla volta scorsa, nella quale mi dicevo tranquillamente “vada come vada non ho nulla da perdere”, ho anche una maggiore consapevolezza di quanto un passaggio al Festival sia importante per la mia carriera. Per questo sono qui, ci sono con il repackeging del mio album. Sanremo è un’occasione per farsi ascoltare da tantissima gente, e io credo che questo brano, come tutto il mio album RossoNoemi, meriti queste attenzioni. L’album è nato da un lavoro all’antica. Siamo andati a Peglie, nelle Marche, e abbiamo scritto e arrangiato i brani in uno studio tirato su dentro una chiesa sconsacrata. Un luogo fuori dal mondo dove siamo stati insieme, io e la mia band, per un po’ di mesi.

La tua band è sempre la stessa? Quella con cui suonavi anche prima di X-Factor?
No, la mia vecchia band, quando ho partecipato a X-Factor, mi ha scaricato. E ha fatto bene. Loro ritenevano che stessi cominciando un percorso anche commerciale che non volevano seguire, da una parte. Dall’altra temevano di non essere all’altezza della situazione, quindi le nostre strade si sono divise. Ora ho una nuova band, che sta con me da qualche anno. È con loro che ho lavorato ai brani di RossoNoemi. Come ti dicevo, l’abbiamo concepito come si faceva una volta. Sai, io ho sempre amato quei vecchi filmati dei Queen dove si vede Freddy Mercury che improvvisa al piano, con Brian May che suona la chitarra, si fermano, prendono appunti, poi ripartono.

Un modo di fare rock’n roll, insomma…
Esatto. Suonare insieme, provare, creare spirito di gruppo, cercare l’atmosfera giusta per rendere un insieme di canzoni un album. Noi eravamo lì a Peglie, in una quindicina a spartirci le poche stanze della vecchia sacrestia della chiesa sconsacrata. Provavamo le canzoni, registravamo i provini e poi li mandavamo a Rustici, in America, e lui ce li rimandava arrangiati e prodotti. Poi l’album è stato registrato in America, da lui. Solo Vuoto a perdere è stato prodotto da Celso Valli, perché Vasco ha il suo team di lavoro, ed era giusto seguire le sue indicazioni.

Come è andata con Vasco lo sappiamo tutti, tu che dici che per una sua canzone saresti disposta a lavargli i piatti nel corso di un’intervista, e lui che ti manda la canzone scritta con Gaetano Curreri.
Sì, la storia è quella. E i piatti neanche sono dovuta andare a lavarglieli. Vasco è una persona speciale. Di canzoni nel famoso cassetto ne ha un’infinità, ma Vuoto a perdere lo ha scritto apposta per me, pensando alla mia voce, cucendola su di me. Penso che questo arrivi alla gente, perché Vasco ha questa capacità di scrivere usando parole semplici, sue, ma che sembrano esattamente quelle che diresti tu per parlare di un determinato argomento.

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Dicevamo di X-Factor, adesso a Sanremo ci saranno le solite polemiche tra chi viene dai talent e chi no…
Già sono cominciate. Ho letto dichiarazioni di Nina Zilli, che dice di non essere da talent perché non capisce come si possa arrivare a un disco senza aver fatto la gavetta. Ma io di gavetta, prima di andare a X-Factor, ne ho fatta parecchia. E come me molti dei concorrenti. Diciamo che ultimamente quello che un tempo era il salotto per i provini dentro le case discografiche, luogo che ho pure frequentato, si è trasformato in un salotto più ampio, davanti alle telecamere. Adesso è in tv che si fa scouting. Del resto io neanche mi ci volevo iscrivere, a X-Factor, è stata tutta un’idea di mia sorella. Ho letto che anche Dolcenera si è scagliata contro chi viene dai talent. Ma lei pure c’è passata, quando è andata a Music Farm… avrà la memoria corta…

Tornando a Sono solo parole. La canzone uscirà quindi dentro una riedizione di RossoNoemi, il tuo ultimo album?
Sì. Io credo che un album sia un progetto che richiede del tempo. A meno che tu non sia come Prince, che suona tutti gli strumenti da solo, dal pianoforte al citofono, non ha senso pensare di registrare un album in due, tre mesi. Per cui quando abbiamo deciso che Sono solo parole poteva essere una canzone adatta per Sanremo, non abbiamo avuto dubbi, non si trattava di tirare fuori un nuovo album, ma solo di pensare al repackeging di RossoNoemi. E comunque io Prince l’ho visto dal vivo l’anno scorso, a Umbria Jazz, ed è davvero impressionante. Lui, le sue musiciste, roba davvero che spacca.

Vedo che quando si parla di musica anche a te piace partire per la tangente, Noemi. Brava. Lasciamoci con due parole sul brano di Lucio Battisti che presenterai nella serata dedicata alle canzoni italiane nel mondo, Amarsi un po’.
Guarda, è davvero una brutta faccenda. La vedova Battisti ha prima cercato di non farci eseguire il brano, e poi ha messo tutta una serie di paletti, per cui ora io e Sarah Jane Morris, la mia ospite per il duetto internazionale, a neanche una settimana dall’inizio del Festival siamo costrette a studiare la nuova versione. E dire che l’arrangiamento che ho pensato, dal momento che il brano l’ho arrangiato io stessa col direttore d’orchestra, è molto alla Barry White e avevo letto che a Battisti la disco music piaceva parecchio. Anche se alla fine vedrai che la nostra versione di Amarsi un po’ viene proprio bene. A saperlo prima, te lo dico onestamente, avrei scelto un altro artista, perché in fondo io a Sanremo ci vado per partecipare a una gara, mica per fare una gita.

9 febbraio 2012

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