Lunedì 13 febbraio 2012

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Michele Monina su PopOn

Domani comincia la 62ª edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo. E io mi trovo qui a parlarne. Parlare di qualcosa prima che sia successa, a meno che voi non siate Nostradamus, i Maya o Mario Luzzatto Fegiz, è sempre operazione rischiosa. Il pericolo di dire una sciocchezza è lì, a portata di mano. Ma è un duro lavoro, e qualcuno deve pur farlo, per cui, seguendo l’esempio di uno dei personaggi sopra citati mi limiterò a inventarmi di sana pianta un giudizio critico sulle canzoni in gara, canzoni che non ho ascoltato, pronto a tornare sui miei passi a partire da domani. Non ho ascoltato le canzoni, o meglio, un paio ne ho ascoltate, e su quelle mi limiterò a dare giudizi tranchant, tanto per far vedere che sono un critico duro e puro e che guardo sì Sanremo, ma lo faccio con distacco, perché fosse per me non andrei a vedere altro che un concerto dei Black Keys o, al limite, dei Teatro degli Orrori. Le canzoni che ho ascoltato sono quella di Noemi, ascoltata sull’iPod della sorella poco prima di intervistarla e quella di Chiara Civello, ascoltata più volte in rete, dal momento che è stata incisa già da Daniele Magro e che, inspiegabilmente è stata ugualmente ammessa alla gara nonostante non la si potesse definire di certo inedita. Che dire di queste due canzoni: l’una è bella, molto più di quanto non siano in genere le canzoni di Fabrizio Moro, che l’ha scritta. Il che potrebbe dire che Noemi ha innalzato con la sua voce un brano che sarebbe stato destinato alla mediocrità, o che per una volta Fabrizio Moro ha fatto una bella canzone, e che quindi si è guardato bene dal cantarla in prima persona.

La canzone della Civello, invece, è bruttina, almeno nella versione di Daniele Magro. La sua presenza sul palco, come quella dei Marlene Kuntz è un tentativo, malcelato, da parte di Morandi e Mazzi di dare al Festival un’aura di serietà. Sono solo canzonette, ma c’è anche la cantante jazz famosa nel mondo e il gruppo alternativo, cupo, oscuro e osannato dalla critica. Che la Civello sia famosa nel mondo è notizia priva di fondamento. A meno che non si intenda per fama riempiere locali con qualche centinaia di persone a New York. E in caso, di gente famosa nel mondo ce n’è davvero un puttanaio. La Civello è brava, questo sì, ma non è famosa. E il fatto che sia finita tra i Big da una parte potrebbe conciliare il Festival con la buona musica, ma in realtà altro non è che una foglia di fico dietro la quale si cerca di nascondere tutto il pattume che da sempre si trova sotto il tappeto dello show-business. C’è la Civello, potremo pur permetterci un Gigi D’Alessio o una Dolcenera, no? Di qui, si suppone, l’essersi incaponiti su di lei da parte degli organizzatori, al punto da essersi fatti gioco delle regole e di averla tenuta in gara anche se la sua canzone era da tempo in rete, disponibile all’ascolto di chiunque. Sanremo è Sanremo, è noto, chissà cosa ne penserebbero i tipi di Der Spiegel?

Quindi, passando alla carrellata di cui sopra, si può tranquillamente dire che la canzone che farà impazzire la critica è quella di Samuele Bersani, destinato al Premio Mia Martini (a ostacolarlo, nella corsa, solo i Marlene Kuntz e Nina Zilli), e non al premio finale, perché la vittoria di Vecchioni dell’anno scorso, in qualche modo, richiederà dei sacrifici umani. Possiamo dire che la canzone di Pieradvide Carone ci confermerà che Lucio Dalla è un genio cui è permesso, a volte, di fare gesti naif e inutili come quello di accompagnare questo piccolo bluff con le orecchie a sventola sul palco dell’Ariston. Possiamo dire che la canzone dei Matia Bazar è una canzone dei Matia Bazar, cioè poca cosa da che se ne sono andati la Ruggiero e Marrale. Possiamo dire che Emma Marrone potrebbe vincere, ma che non sarà mai una cantante destinata a finire dentro le nostre autoradio. Possiamo dire che la canzone che meriterebbe di vincere, o forse meriterà di vincere è quella di Francesco Renga, che però è un amico fraterno, quindi non saremmo in tutti i casi obiettivi. Possiamo dire che Loredana Bertè e Gigi D’Alessio sono una delle coppie artistiche più assurde a memoria d’uomo, e ci si passi la parola artisica anche in presenza di Gigi D’Alessio, al punto da farci rimpiangere la presenza sulle assi dell’Ariston di Anna Tatangelo. Possiamo dire che Dolcenera è, al pari di Povia, un mistero sul quale dovrebbe indagare a fondo Giacobbo. Possiamo dire che Irene Fornaciari, per quanto ce la mette tutta, sarà sempre la figlia di Zucchero, e la sua presenza tra i Big ricorda tanto la maglia del Perugia indossata dal figlio di Gheddafi. Possiamo dire che Arisa, senza swing, si candida a fare da colonna sonora a uno spot governativo contro il posto fisso, noiosa. Possiamo dire che Nina Zilli affascina sempre, e che i Marlene Kuntz inquietano sempre, ma che per entrambi, forse, il palco di Sanremo è fuoriluogo, perché non stiamo a raccontarcela, il Festival vuole carne fresca, non bella musica.

Questo, tutto questo, così, per sentito dire. Proprio come se questo pezzo lo avesse scritto uno dei personaggi citati in apertura. E a proposito, tanto per dare un po’ di carne al fuoco, approfitto di queste ore prefestivaliere per chiedere al Direttore Artistico Gian Marco Mazzi, colui che da anni guida le fila festivaliere ben più dei vari presentatori, colui che un paio di anni fa ha tenuto a debita distanza l’appestato Morgan, reo di aver fatto apologia della droga sulle pagine di Max, di fare altrettanto con il grande vecchio del giornalismo musicale italiano, Mario Luzzatto Fegiz, anche lui reo, sulle pagine di Rolling Stone dello stesso anno, di aver fatto apologia della cocaina, senza la quale, diceva, mai sarebbe riuscito a fare le interviste che ha fatto. Della serie, o tutti o nessuno. Fuori i drogati (o ex tali) dall’Ariston, questo lo slogan, nella speranza che almeno qualcuno riesca a rimanere in gara.
Ora, augurandomi che alla fine vinca Renga, vi saluto, che parlare di cose che non sono successe è sport troppo faticoso per me. Io, per la cronaca, a Sanremo non ci sarò, ché il Festival me lo guardo in tv, pantofole ai piedi, frittatona, birra e rutto libero. Mi raccomando, restiamo uniti.

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