Finardi a Sanremo, tra spiritualità e impegno

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Eugenio Finardi su PopOn

Intervista di Nicola Cirillo

C’è già un vincitore morale del Festival di Sanremo e ve lo sveliamo in anteprima. Si tratta di Eugenio Finardi. Dalla “musica ribelle” degli anni Settanta il cantautore ha percorso tutti i sentieri musicali possibili, dal blues al fado, dalla musica classica contemporanea alla riproposizione dell’opera di Vladimir Vysotsky. Eppure, autoprodotto, torna sul palco dell’Ariston, per la terza volta, per interpretare una canzone in cui crede particolarmente.

Qualche anno fa incise un album affascinante: Il silenzio e lo spirito. Quest’anno porta a San Remo E tu lo chiami Dio. A che punto è la sua ricerca spirituale?
Io non sono credente, non credo che esista un essere assoluto, onnipotente che ha creato l’universo. Però credo che il sacro, la trascendenza, la grazia, l’illuminazione, siano sentimenti umani a cui si può accedere anche da non credenti. Ci sono religioni che non contemplano Dio: il buddismo, ad esempio, non ha una figura divina di riferimento. Non sono neanche buddista, sia chiaro. Ma da non credente, da ateo, io considero questi sentimenti indispensabili all’uomo.

Il brano non è suo, è scritto da Roberta Di Lorenzo. Cos’è che l’ha convinta di questa canzone?
Io sono solo l’editore di questa canzone. In realtà l’ho proposta prima ad altri. Non pensavo di eseguirla io. L’ho proposta a vari grandi artisti, tra cui anche Gianni Morandi. Ed è stato lui di suggerirmi di cantare io stesso. Non ci avevo pensato. Ci ho provato e il risultato è stato buono.

Negli ultimi anni ha voluto riappropriarsi della dimensione del live. Suona molto nei club, nei festival e conosce meglio di altri la vera musica italiana. Può confermarci dunque che quella di questo Sanremo non è la musica più rappresentativa, soprattutto dei più giovani?
La mia produzione discografica degli ultimi dieci anni è stata sempre la riproposizione, la conclusione di un tour. Io credo che la dimensione vera per la musica sia il concerto. Credo che uno dei problemi della crisi della discografia sia stato proprio il mettersi a fare questi dischi stratificati, estremamente elaborati, che poi però perdono l’onestà. Se uno sente i vecchi dischi di Nina Simone, lì sente che c’è verità.

Eugenio Finardi su PopOnSì, ma le canzoni che ascolteremo a Sanremo rappresentano la musica italiana?

In un certo senso sì, in un certo senso no. Esistono due Italie: un’Italia in cui un sessantenne come me ascolta Fedez, un rapper diciamo “estremo”. Non so se lo conosce: il suo disco Il mio primo disco da venduto (che in realtà poi regala proprio dal suo sito) è un disco molto divertente. E poi esiste un tassista molto più giovane di me, che mi ha accompagnato a casa dalla stazione e mi ha detto che andava a ballare il liscio. Lui è più giovane di me, ma balla polke e mazurche. Queste due realtà convivono.

La sua musica – che è stata sempre impegnata – sembra percorrere un altro sentiero negli ultimi anni…
Io direi che non ha mai mollato l’impegno sociale, che può essere a vari piani. Possono esserci canzoni politiche, economiche come poteva essere Cuba, canzoni che analizzano la società. Un inedito contenuto nel nuovo album si intitola Nuovo umanesimo: è il rifiuto di un modello di futuro basato sullo sfruttamento, sulla finanza. Le canzoni di Vladimir Vysotsky costituivano un altro tipo di impegno. Anche a Sanremo porterò l’impegno.

Sappiamo che duetterà con Noa
Sì, mentre con venerdì con Peppe Servillo. Con Noa canterò Torna a Surriento

Ricordiamo un altro suo duetto con Branduardi: Te Vojo Bene Assaje. La musica napoletana la affascina tanto?
È la vera musica italiana. La canzone italiana non è quella cosiddetta “leggera”. È Reginella, Torna a Surriento, Lacrime napulitane. Quella è la canzone italiana. Fino a Modugno. Secondo me è la musica yéyé che ha rovinato tutto. Anche se alcuni poi ci hanno fatto grandi carriere.

Tutti le chiedono: “chi l’ha convinta ad andare a Sanremo?”, ma in realtà è sempre una bella occasione, no?
No, no. Io ho dovuto essere convinto. Porto a Sanremo un brano di cui sono l’editore, non l’autore. Morandi ha delle capacità di convincimento straordinarie

Eugenio Finardi su PopOnPerché non voleva andarci allora. La spaventa tanto?
Sì mi spaventa. È strano, perché un anno fa e due anni fa in questo periodo ero al Teatro alla Scala con un’opera contemporanea. Uno pensa che ti spaventa più quel palco, perché è meno familiare, e invece no. Sanremo in Italia ha una valenza tale da spaventare. E poi mi spaventa la mia emozione.

C’è un canzone di Sanremo del passato che porta nel cuore?
Sì: Vacanze romane

Metteva insieme una melodia indimenticabile, un bel testo, una grande interpretazione e introduceva elementi di elettronica.
Sì, una canzone perfetta. Mi ricordo quell’esibizione come se fosse ieri. E poi ricordo Paff… Bum di Lucio Dalla con gli Yardbirds.

Eugenio Finardi nel 1985 costringe Fabrizio De André a cantare Bandiera rossa. Ce lo ha raccontato Cristiano De André. Vorremmo sentire l’aneddoto dal diretto interessato.

Anche a me l’hanno raccontato. In realtà non lo ricordo bene. Lo ricorda bene Cristiano. Io e Fabrizio viaggiavamo insieme e c’era sempre questa discussione tra me e lui. Io ero iscritto al PCI e lui era anarchico. Gli chiesi di cantare Bandiera rossa e lui mi rispose che l’avrebbe fatto se io avessi cantato Lugano addio. È passato tanto tempo, non lo ricordo, ma forse la cantammo in prova. Cristiano ricorda bene. È passato tanto tempo.

Abbiamo un po’ mitizzato eventi ordinari?
Ne parlavo l’altro giorno con Massarini: i ricordi sono confusi, perché mentre li stai vivendo non sai che stai vivendo la storia. Te ne accorgi dopo che sono passati.

14 febbraio 2012

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