Sabato 18 febbraio 2012

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Michele Monina su PopOn

Siamo arrivati alla penultima serata. La fine del tunnel è lì, a pochi passi. Solo che per percorrere questi pochi passi tocca superare la serata dei duetti italiani e la finale, con il temutissimo intervento numero due di Adriano Celentano. Non credo di potercela fare. Ma ce la farò, a costo di esalare sulla tastiera del pc il mio ultimo respiro (dopo aver esalato l’ultimo respiro, per la cronaca, potrei tranquillamente ambire a subentrare a Godano nei Marlene Kuntz). Ce la farò, non fosse altro per non mettere nei guai alcuni miei colleghi che gestiscono il sito di un noto quotidiano. Dove cazzo andrebbero a rubare le battute, infatti, se io smettessi di scrivere questo blog e prima ancora di postarne una versione smart su Facebook, durante la serata? Non me la sento di lasciarli così, senza idee. Vedere un sito con quelle pagine bianche metterebbe malinconia anche a Celentano, quello che vorrebbe vedere chiusi Avvenire e Famiglia Cristiana, e un Celantano immalinconito, domani, potrebbe fare più danni dell’Ebola. Per cui ci sarò, scriverò quel che c’è da scrivere e poi andrò a leggermelo sul sito in questione, dove i miei scritti verranno riportati, ovviamente senza citare la fonte. Del resto, mica si può infierire sulla carta stampata proprio ora. Pensate al Corriere della Sera, per dire. Appena è sparita la neve il loro grande vecchio Mario Luzzatto Fegiz è entrato in depressione. Depressione che ha toccato un picco dopo la conferenza stampa di Arisa, perché la cantante lucana, che, lo ripeto, l’altroieri ha dato una pregevolissima interpretazione di Che sarà, in compagnia di Josè Feliciano, ha dichiarato in Sala Stampa Radio Tv che il buon Mario Luzzatto Fegiz le ha affibbiato in pagella un brutto quattro solo perché lei si è rifiutata di pagarlo.

Col che lasciando intendere, evidentemente, o che Mario Luzzatto Fegiz le ha chiesto dei soldi minacciando altrimenti una stroncatura, o che è consuetudine da parte di Mario Luzzatto Fegiz chiedere soldi, come l’obolo durante la messa, e di fronte a un cestino vuoto, apriti cielo. Non bastasse, la affatto buffa Arisa ha anche aggiunto che essere stroncati da uno che in passato ha fatto una dettagliata recensione di un concerto di Elton John che però nel mentre era stato annullato, in fondo, non può avere chissà che peso. Niente neve. Accuse da parte di Arisa. Forse era meglio che Mazzi lo avesse sbattuto fuori per le sue dichiarazioni riguardo l’uso di stupefacenti, come avevamo chiesto da queste colonne, si sarebbe risparmiato un sacco di delusioni. Quindi eccomi qui, come tutti i giorni. E visto che ho citato Josè Feliciano, permettetemi, prima di partire con la cronaca della quarta puntata, di soffermarmi sulla scenetta che abbiamo potuto ammirare prima che Feliciano si mettesse a cantare. Josè Feliciano è un non vedente. Lo è sin dalla nascita, quindi si suppone che l’organizzazione del Festival avrebbe dovuto saperlo. Solo che non lo sapevano. Quindi quando Josè si è presentato sul palco, nessuno sapeva come farlo accomodare. Si è quindi delineato il simpatico siparietto in cui Morandi faceva le facce buffe, intendendo dire: “E questo, mo’, ‘ndo lo mettemo”, Arisa gli indicava, al non vedente Feliciano, dove stava lo sgabello, e tutto un via vai di valletti e vallette a cercare di risolvere l’increscioso stato di stallo. Alla fine Josè si è seduto, anche se a vederlo, noi che possiamo, non sembrava proprio comodissimo. Avete presente uno che si tiene il cellulare tra il collo e la spalla, mentre magari fa altro con le mani? Ecco, così ci è apparso Feliciano mentre cantava Che sarà, prima, e C’era un ragazzo che come me etc etc, poi. Ci credo che poi quando ha parlato con Morandi gli ha fatto la supercazzola.

Passiamo alla serata dei duetti. Dopo aver visto ieri Al Jarreau fare i numeri mentre i Matia Bazar andavano fuori sincrono anche solo a battere le mani, e Shaggy lumare tette e culo di Chiara Civello, oggi ci si può davvero aspettare di tutto. Anzi, ci si augura che succeda qualcosa, perché l’idea di altre cinque ore di musica e basta, onestamente, mi mette un po’ d’ansia. Notizie dell’ultima ora danno una splendida Milly Carlucci in Sala Stampa. Sembra che sia del tutto intenzionata a duettare con Loredana Bertè, dopo che quest’ultima ha dichiarato di seguire assiduamente Ballando con le stelle. Passo davvero alla serata.
Due parole sugli autori. Leggendo i nomi ho visto che, tra gli altri, c’è Simona Ercolani, quella, tra l’altro, di Sfide e del primo Grande Fratello, e Federico Moccia. Sì, quello dei milioni di copie vendute e dei lucchetti. Ora, mi chiedo, sono loro che scrivono le minchiate che dice Gianni Morandi? Se sì, vi prego, date il Nobel per la letteratura a Moccia, così smette di lavorare per la tv e se ne sta a casa a godersi il prestigioso riconoscimento. Passo alla serata, e non lo dico più, giuro Il primo duetto è quello tra Noemi e Gaetano Curreri degli Stadio. Un duetto non posticcio, come quasi tutti quelli di ieri. Gaetano ha scritto le musiche del brano Vuoto a perdere, cui poi Vasco ha aggiunto le liriche e Noemi cantato. Quindi quantomeno si conoscono già. Va detto che in questa versione, forse perché nei giorni scorsi Noemi era un po’ troppo tesa, suona anche meglio. Come dire, chiunque canti una canzone di Fabrizio Moro fa meglio dello stesso Fabrizio Moro, non che ci voglia molto, del resto. L’intro per sole voci e piano è ben assortita, e anche se nel finale i due non riescono a cantare all’unisono, come dovrebbero, il duetto funziona.

Il secondo duetto vede Carone e Dalla accompagnati da Gianluca Grignani. Evidentemente in assenza di Shaggy e Macy Gray serviva qualcuno che spazzolasse la roba avanzata ieri sera (sempre che sia avanzato qualcosa). A questo punto Carone mi fa ufficialmente tenerezza. Non gli è bastato farsi schiacciare da Dalla, ora vuole farsi schiacciare anche da Grignani. Una voce un po’ meno caratteristica e riconoscibile, no, mi raccomando. Nell’insieme la nuova versione, senza Dalla, fa abbastanza cagare. Meglio Dalla che Grignani, questo è la morale della favola. Dolcenera è ancora tra noi. Non è voluta tornare a casa, anche se ce l’aveva fatto credere. E infatti eccola lì, con Max Gazzè. A me piace Max Gazzè, sia come musicista che come cantante. Mi sta anche simpatico umanamente. Quindi posso anche capire che se ti stai separando e devi pagare gli alimenti a tua moglie hai bisogno di soldi, ma magari potevi duettare con qualcun altro, no? Neanche la sua voce stralunata fa diventare quella così lì una canzone. Anche se quando canta da solo, Max, dimostra che senza Dolcenera, in fondo, la vita durante questa settimana di Festival sarebbe stata sicuramente meno pesante. Sarà per la prossima volta, speriamo.

Gigi D’Alessio e Loredana Bertè duettano con Fargetta. Spero che qualcuno paghi per tutto questo. Anche se vedere finalmente Gigi D’Alessio fare outing, vestito come uno dei Village People, ripaga di tutta questa faticaccia. Non ce la faccio, cambio canale, che tra un po’ questa sofferenza finirà. Giro su Rai Tre e c’è un film con Loredana Bertè che su un ring se le da di santa ragione con un wrestler. Torno su Rai Uno, e ancora non è finita. Sul palco, ora, sono in quindicimila. Gigi D’Alessio ha voluto ringraziare così quelli che l’hanno televotato ieri. Nota a margine, almeno stasera, in playback, la Bertè becca qualche nota. Non tutte, ma qualcuna sì. Le volanti, immagino, li stanno aspettando fuori dall’Ariston. Arriva la Civello, con la vincitrice di X-Factor, Francesca Michelin, ovviamente vestita di fucsia. Un duetto che fa rimpiangere quello di ieri con Shaggy. A sedici anni, se non sei Stevie Wonder, devi andare a scuola, non a Sanremo. E anche a quaranta, magari. E soprattutto non devi vestirti di fucsia, che poi mi viene la congiuntivite e l’attacco ai gemellini. Una amica, su Facebook, mi fa notare che è l’unico duetto della serata in cui manca il Big. E anche la canzone. Ah, no, quella manca anche a Dolcenera.

Arriva la Ferilli. È lei che ha fatto il corso di dizione in romanesco a Pierdavide Carone, credo. Dice qualcosa come: “Le mani da qualche parte le devi mettere”. Risponde seria alle domande sceme che Moccia ha scritto a Morandi. Dice che gli è piaciuto Celentano, ma uno a cui è piaciuto non fa statistica. Dice che ha cominciato facendo film d’autore, mettendo da parte la sua fisicità. Mi ricordo, in effetti, una puntata del telefilm Valentina in cui piegava, giuro, un vinile infilandoselo tra le cosce. Grande prova d’autore. Grande intervista, questa. Specie quando Morandi e la Ferilli giocano sul raffinatissimo doppiosenso Satcho-Socc’mel. È la volta di Bersani con Paolo Rossi. Il comico. Un pallone guadagna, ascolto dopo ascolto. Nonostante Paolo Rossi, in versione Marcel Marceau, potesse pure restarsene a casa, dal momento che non ha cantato una, dicasi una sillaba. Rientra Papaleo, il grande mistero da che è uscita di gara Irene Fornaciari. A proposito, non fate i tirchi, mandate un sms al 47324. Regalare un po’ di congiuntivi al Festival di Sanremo, che ne hanno tanto bisogno.
Ugenio Finardi ha scelto Beppe Servillo e il Piccolo Ensemble Futuro, un coro multietnico, per farsi accompagnare. La canzone resta debolissima. Servillo è simpatico come Federica Pellegrini. Finardi da quattro giorni veste come un coreano, qualcuno gli regali una giacca fucsia. I due, manco giocassero a Pictionary, si imitano a vicenda. Mi sanguina il naso.

Mina Zilli © va sul sicuro, Giuliano Palma, e con Bosso, che praticamente ogni anno va a Sanremo e ce lo rivendono come se fosse la prima volta. Ribadisco, questa potrebbe vincere, e fortuna che Malgioglio è lontano da qui, se no lo troveremmo sotto la SIAE con un tazebao addosso per chiedere i diritti d’autore per questa canzone. Anche Morandi chiama Mina Zilli © Mina Zilli © . Avrà letto anche lui il Corriere? Arisa duetta con Mauro Ermanno Giovanardi. Lui è un mio amico, gli voglio bene, so che farà bene. E lo fa. Anche Arisa, che dopo ieri ha ingranato e mi convince di più. Solo che, magari, dovrebbe rifarsi il guardaroba, qualcuno regali un cazzo di vestito fucsia anche a lei. Arriva Alessandro Siani. Alla prima battuta sulle differenze tra milanesi e napoletani scaravento la televisione fuori dalla finestra. Il pubblico lo accoglie come fosse il Messia, dal che si capisce quanto gliene fotta, al pubblico, delle canzoni in gara. Siani ride della sue battute, se le possiamo chiamare così. Non rido neanche a una battuta, anche perché la più nuova l’avevo sentita una decina d’anni fa. Proprio sul finale arrivano le battute sul nord e il sud. Dovrò vedermi il resto del Festival in streaming.

Finisce con un pippotto, serio, sull’unità d’Italia. Tutti si alzano in piedi, nella ormai canonica standing ovation. Visto che, spera, in questi giorni vi ha fatto quantomeno sorridere con i suoi commenti su Sanremo, si aspetta che adesso vi alziate tutti in piedi e gli tributiate una standing ovation (che oramai la fanno a tutti). Adesso. Bene, riprendiamo. Ci sono sul palco Emma e Alessandra Amoroso. Due maestre di signorilità. Iniziano subito a urlano subito come due venditrici di uova al mercato. Alessandra Amoroso, per la cronaca, è Diabolik. Purtroppo ora lo sanno tutti e non potrà fare più furti in libertà. Ne approfitto per usare un luogo pubblico per fare un annuncio privato. Se qualcuno passasse dalle parti di Città Studi-Lambrate, a Milano, e trovasse un paio di palle, è pregato di rendermele. Mi sono cascate durante l’esibizione delle due vincitrici di Amici. Dopo la pubblicità tocca i Matia Bazar con Platinette, in versione Mauro Colucci/Zio Fester (Loredana Montalbano ©). Ecco, a questo punto mi scuso ma sono senza parole. Cioè, ci hanno rotto le palle per un giorno intero con la farfalla di Belèn, faccio per dire. Una cosa di un trash che in confronto D’Alessio/Bertè/Fargetta sembrava elegante. E la battuta finale di Platinette riguardo l’amore per gli eterosessuali non ha migliorato il tutto. Per la cronaca, la parrucca di Platinette se l’è zanzata Mina Zilli ©.

Finalmente arriva Francesco Renga, accompagnato dal coro Scala & Kolacny Brothers. Brividi. Di più. Estasi. Bellezza. Perfezione. Se Renga non vince il Festival dopo questa performance, be’, allora vi meritate Fargetta e Dolcenera, e pure i Matia Bazar che passano allegramente da Al Jarreau a Platinette. Sono le 23:30, e ancora dei giovani, cioè del vincitore Casillo, Erica Mu e gli altri due, non si è vista l’ombra. Ma i Big sono finiti, magari tocca a loro, anche perché il vincitore Casillo rischia di non poter manco ritirare il premio. Invece ecco di nuovo Papaleo che ci ammorba con un pezzo musical-teatrale che più inutile non si può. A questo punto, visto che i minorenni non possono salire sul palco dopo la mezzanotte, Casillo sale direttamente sul palco a ritirare il premio. Non è vero, è la volta di una boy-band di cui nessuno ha mai sentito il nome. Sono cinque compagni di classe di mio figlio Tommaso, prima elementare. Il secondo da sinistra va male in geometri, ma è simpatico. Casillo va direttamente al ristorante dietro l’Ariston, dove vanno tutti gli artisti, e si ubriaca con una cedrata della Tassoni.

Arriva il momento dei giovani. Sono le 23:42. Morandi ci tiene a ridire la cazzata di Facebook e sottolinea come a Sanremo sia fondamentale avere una canzone inedita. Nei camerini Chiara Civello ha un malore, nessuno gliel’aveva detto e lei si è presentata con un brano già edito due anni fa. Dei giovani non scrivo. Li trovo tutti penosi. Niente che meriti la mia attenzione. Né la vostra. Dirò solo che vedere Casillo che piange dopo che ha cosato (cantato mi sembra una parolona) mi fa comprendere l’atteggiamento di quei miei coetanei che non capiscono come si faccia ad avere figli. Dirò che gli Iohosemprevoglia hanno fatto più danni alla Puglia di quanto non sia riuscito a fare Fitto. Dirò che Erica Mu mi sembra una che vorrebbe vorrebbe, e magari potrà pure, ma non con questa robetta qui. Dirò che Marco Guazzone non va da nessuna parte e se si è un po’ fatto notare è solo perché il resto fa cagare davvero. Ovviamente vince Alessandro Casillo, che non ritira il premio perché troppo giovane. Erica Mu arriva seconda e vince il premio della critica. Briciole. Gerry Scotti ce l’ha più lungo della Caselli.

Arriva il momento di Ballando sopra le stelle, con la Tatangelo, Del Vecchio e un cartonato di Vieri. La Tatangelo vuole fare la show-girl, speriamo le riesca, così smette di cantare. Ha ventiquattro anni, credo, ma sembra coetanea di Gianni Morandi. Gianni Morandi che adesso, a mezzanotte e tre quarti, sembra davvero vecchio. Non azzecca una battuta che è una. Sbaglia i nomi. Prende gaffe. Me lo immagino a casa, a guardare Derrick e mangiare mele cotte (che è sempre meglio di quello che vi siete immaginati voi). Riprende la diretta. Vengo a sapere, in anteprima, chi è stato eliminato. Dio oggi ha televotato, evidentemente. Tornano a casa i Matia Bazar. Che però meriterebbero anche una punizione corporale o qualcosa del genere. E Chiara Civello, destinata a ritornare nel grande nulla da dove viene. Ripeto, se questa è la più grande cantante jazz della sua generazione, credo che non ci sia futuro per il jazz né per i giovani. Vado a dormire sereno. Domani c’è la finale. Prevedo che a contendersi il podio saranno questi nomi qui. Emma, Francesco Renga, Mina Zilli ©, Carone e Lucio Dalla e Noemi. Io mi auguro che vinca Renga, è noto. Ma questi sono i nomi su cui scommetterei. Anzi, su cui scommetterò. E ricordate, il fucsia è il nuovo nero.

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