Caro Lucio ti scrivo

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Michele Monina su Popon

Giovedì 1 marzo 2012

Questo non è un coccodrillo. Uno di quei pezzi già pronti sulla morte di questo o quel personaggio famoso, da tenere in freezer in attesa che il personaggio in questione, si presume molto anziano o malato, quindi in procinto di andarsene, in effetti passi a miglior vita. Non è neanche un articolo che vi spiega chi fosse Lucio Dalla e come e dove è morto. No. Questo è una lettera d’addio, purtroppo arrivata troppo tardi.
Non è un coccodrillo, questo, perché Lucio Dalla non era malato, almeno non che si sapesse, e soprattutto non era anziano. Non sto parlando, ovviamente, dei suoi sessantanove anni ancora da compiere e partire con un pippone su come oggi, a sessantanove anni, si sia ancora giovane.

No, Lucio Dalla era molto più giovane di così. Per questo le mie parole non sono un articolo, ma una lettera d’addio. Una lettera d’addio scritta da un amante, ricambiato. Io, e mi scuso se ancora una volta mi trovo a parlare di me, scrivo di musica perché Lucio Dalla c’è stato e c’è. Scrivo di musica, o meglio scrivo, perché Lucio Dalla, che ho conosciuto, musicalmente, grazie a mio fratello Marco quando ero poco più che un bambino, ha stravolto la mia vita con la sua poesia, la sua stralunatezza, la potenza delle sue parole e della sua musica, il suo essere uno dei geni assoluti della musica di questa porzione di vita che ci troviamo ad albergare. Non poteva essere altrimenti, del resto.

Quando ti capita di incappare, a neanche dieci anni, in canzoni come Anna e Marco, L’ultima luna, Notte, come cazzo puoi, poi, tornare ad ascoltare le altre canzoni come se nulla fosse. Quando incappi in un brano come Madonna disperazione, e mi fermo qui, perché non ha senso, adesso, star qui a fare l’elenco della spesa, non è poi possibile continuare a guardare le cose del mondo senza quel manto di consapevolezza che quel brano in sé contiene. Vorrei avere qualcosa di altrettanto profondo da dire, adesso. Vorrei trovare quelle metafore cui Lucio ci aveva abituato, specie nel periodo a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, i suoi migliori, a mio avviso, ma sono senza parole, come quando si perde un amico, o un nostro caro. Lucio Dalla, del resto, questo era per me, e immagino per milioni di altre persone, una presenza nelle nostre vite, con le sue canzoni che, fortunatamente, gli sopravviveranno e continueranno a farci compagnia.

Mentre scrivo queste parole sono triste, triste davvero, come se fossi dentro le note di Quale allegria, per dire, o quelle di Stella di mare. L’ultimo ricordo è quello di lui a Sanremo, che gioca col parrucchino mentre dirige l’orchestra di Nanì, il brano presentato al Festival da Pierdavide Carone. Una bella immagine, che rende onore alla sua generosità, di artista che ha tirato la volata a tantissimi colleghi, da Ron agli Stadio, da Carboni a Bersani, via via fino proprio a quel Carone che in molti abbiamo ascoltato solo per la sua presenza lì sul palco, a fare i controcanti con una grazia impensabile per altri artisti.
Ora smetto di scrivere, e vado a vedermi il dvd di “Banana Republic”. Ma prima di smettere un grazie, di cuore, a uno degli artisti che più di ogni altro mi ha dato piacere con la sua musica. Con tutto l’amore che posso, tuo, Michele

Michele Monina


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