‘Te voglio bene assaje’, Bologna dà l’addio a Lucio Dalla

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Lucio Dalla su PopOn foto di Simone Arminio

Quattro marzo 2012: l’ultimo compleanno di Lucio Dalla è stato il più strambo di tutti. Non che il cantautore bolognese non ci avesse abituati alle sue allegre stramberie, ma questa volta, davvero, l’ha fatta grossa. Con tutta quella gente assiepata in piazza, la sua Piazza Grande, per giorni in fila a naso per aria, ad ascoltare le sue canzoni.

E lui chiuso in una bara, nell’atrio del Comune di Bologna, Palazzo d’Accursio (lutto cittadino e funerali in Basilica, eventi epocali per un autore di canzonette), a nemmeno dieci passi da casa sua, via D’Azeglio, 15, ricolma di fiori e di ricordi. Si sarà vestito bene, Lucio, messo in soggezione da tanta istituzionalità? Questo non è dato di saperlo. Ha cantato però, quello sì, per tutto il tempo. In piazza, dai balconi delle case, dalle auto ferme ai semafori, in ogni tg o programma radio e tv la sua voce ne ha ricordato l’arte immortale. In ogni caso lo immaginiamo sorridente, salutare tutti per primo, come ha sempre fatto, senza mai aspettare di essere chiamato per nome. E’ questo il ricordo ricorrente, a chiedere in giro tra gli invitati alla festa. Tante le persone comuni, che Dalla così tanto amava, poi la sua famiglia fatta di collaboratori, e infine i suoi colleghi musicisti. Ne sono arrivati tantissimi, decine e decine da tutta Italia, tutti stretti nella basilica di San Petronio. Così tanti che, davvero, il motivo della loro presenza non potevano essere il cordoglio pubblico, né tantomeno quella sorta di obbligo morale che ci spinge a presenziare al funerale di un conoscente. C’era l’amico di sempre, Gianni Morandi. E’ arrivato per primo, si è fermato davanti alla bara e ha ascoltato a lungo, a occhi serrati, il suono eterno dei suoi “bdibdedi, bdibduda”. C’erano il compagno di clarinetto Renzo Arbore, l’amico Renato Zero, il professore Roberto Vecchioni (“era l’unico a chiamarmi così senza sfottò”, ricorderà). E poi Luciano Ligabue, Eros Ramazzotti, Shel Sapiro, Ornella Vanoni, Peppe Servillo, Caterina Caselli, il vecchio compagno Ron e i colleghi più giovani: Silvestri, Nek, Jovanotti, Grignani, Antonacci, D’Alessio. Immancabili i tanti suoi colleghi concittadini: Luca Carboni, Gaetano Curreri degli Stadio, Cesare Cremonini, il pupillo Samuele Bersani, il maestro Fio Zanotti.

Lucio Dalla su PopOn

Curreri, nascosto in un angolo, ha pianto tutto il tempo. Lacrime sincere, in aperta contraddizione a quello che lo stesso Lucio Dalla ha sempre professato: mai stare tristi, mai prendersi sul serio, nemmeno di fronte alla morte. Tanto la morte non esiste, o meglio: “è solo l’inizio del secondo tempo”, come ha ricordato Don Bruno, il suo amico d’infanzia e confessore. Lui per primo, durante l’omelia, ha pensato di rompere il ghiaccio e fargli gli auguri: “Buon compleanno, Lucio”. Lì, trattenuto per ore, è partito finalmente un lungo applauso liberatorio. Dieci, quindici, venti secondi, un minuto. Un battere di mani che è partito dalla navata e si è propagato lungo tutta piazza Maggiore, piazza del Nettuno, piazza Re Enzo. Centomila mani in aria per Lucio Dalla, lui che “con le sue parole e la sua musica ha lasciato scolpita nelle nostre anime la bellezza della vita”, dice don Bruno. Come in quella di Simona, che il giorno prima ha fatto due ore di fila con in mano una rosa e una copia in vinile di Dalla, uno dei dischi più belli. Sguardo serio, quasi incazzato, non si è potuta trattenere quando dagli altoparlanti è partita Caruso. Il suo amore per Lucio Dalla si perde nel passato: “quando a tredici anni mio padre si arrabbiava con me, e mi urlava: come mai non puoi avere in camera il poster di un attore belloccio americano come tutte le tue coetanee, invece che di quell’uomo lì, brutto e peloso?” Caruso intanto va. Fa parte di una compilation di dieci canzoni che il Comune di Bologna ha deciso di diffondere dagli altoparlanti della piazza, per tutto il giorno antecedente ai funerali. Caruso, poi Ayrton, Com’è profondo il mare. O Le rondini, che la CEI non ha voluto venisse cantata in chiesa. Ma senza musica che compleanno è? Allora Marco Alemanno, produttore e compagno di vita di Dalla da dieci anni (qualche collega si è ostinato a chiamarlo “amico” o “stretto collaboratore”, con seicentesca bigotteria) l’ha recitata prima dell’ultimo commiato.

Poi però Lucio Dalla ha salutato tutti, perché ogni domenica, cascasse il mondo, c’è un impegno da rispettare. Quello con il Bologna Calcio, sua più grande passione dopo la musica. Il cimitero dove riposano sua madre e suo padre, e dove da ieri riposa anche lui, pensate, è proprio a poche centinaia di metri dallo stadio. Così potrà continuare a seguire le sue passioni. A modo suo. Intanto i politici, che Dalla ha sempre detto di non amare, hanno lanciato un’idea: dall’anno prossimo il 4 marzo potrebbe essere l’occasione per un grande concerto in suo onore da tenere a Bologna, in piazza Maggiore. “Speriamo che non se ne dimenticheranno” dicono in molti. Una prova tecnica della magia che ne conseguirebbe è già stata fatta la scorsa notte. Quando, allo scoccare esatto della mezzanotte, con migliaia di persone ancora in fila in Piazza Grande per un saluto a Dalla (il Comune non ha avuto il coraggio di chiudere all’orario prefissato), il caso ha voluto che ripartisse Caruso. Allora la fila si è fermata per un attimo a ondeggiare, a occhi chiusi: “Sì, è la vita che finisce. Ma lui non ci pensò poi tanto, anzi si sentiva già felice, e ricominciò il suo canto”. Te voglio bene assaje.

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Scritto da Simone Arminio

Lunedì 5 marzo 2012

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