Marco Notari, quando ti guardi dentro

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Marco Notari su PopOn

Intervista di Roberto Paviglianiti

Io? è il terzo album di Marco Notari, musicista al quale il pubblico stenta a trovare una collocazione stilistica e attitudinale ben chiara. Ed è probabilmente proprio questa la sua forza, in quanto Notari si smarca bene dagli incasellamenti grazie a una musica che colpisce nell’immediato, ma che con i suoi significati e con le sue intenzioni è destinata a perdurare. Abbiamo indagato il suo pensiero intelligente, vivo, cercando di far luce sulla sua particolare inquadratura della musica, e della vita.

Io? è il tuo terzo disco di una carriera che inizia a delinearsi.
È il frutto di un lavoro di introspezione, e ha una forte componente autobiografica. Diciamo che, probabilmente, il punto di partenza dal quale sono scaturiti la maggior parte dei brani è stata la necessità, o urgenza, di fissare alcune cose e alcune persone in un disco. Volevo ottenere qualcosa che sia immune allo scorrere del tempo, perché in questo lavoro c’è il senso del cercare di prendere consapevolezza della propria natura e di prendere coscienza del fatto che il tempo passa, le nostre vite hanno una durata finita, e da qui lo spunto compositivo dell’intero album.

Idee chiare anche sotto l’aspetto musicale?
Avevo le idee molto chiare fin dall’inizio, ed è stato molto bravo il produttore artistico Andrea Bergesio a concretizzarle. Si è subito creato un clima molto bello e sereno tra di noi e abbiamo lavorato utilizzando strumenti diversi, riadattato oggetti che non erano strumenti, come scatoloni di cartone, percussioni create con una certa fantasia, perché da un punto di vista percussivo c’è stata la ricerca, o almeno il tentativo di uscire dagli schemi tradizionali. Abbiamo usato anche strumenti elettronici e cercato di usare molti suoni diversi.

Nel titolo del disco c’è quel punto interrogativo che lascia spazio a diverse interpretazioni. Vogliamo chiarirle?
È bello che lasci spazio a interpretazioni diverse; il significato del punto interrogativo ha effettivamente molti lati e ne ha più di uno anche per me. Da un lato, come dicevo prima, visto che c’è stata una certa introspezione, corrisponde alle domande che ti poni quando ti guardi dentro, e dall’altro lato visto che il disco è un tentativo di capire la propria natura – soprattutto nella title track, dove mi sono immaginato nel grembo di mia madre prima di nascere – rappresenta quel dubbio su noi stessi che dobbiamo sempre avere, perché è funzionale e salutare per la nostra crescita. Credo che una persona nel corso della propria vita debba comunque sempre continuare a porsi delle domande, quindi a cambiare, evolvere e crescere. Se tu non lo fai, diventi come quelli che a un certo punto della propia vita dicono “io sono fatto così”, in un certo senso hanno cessato di vivere perché si precludono la possibilità di mettersi in discusisone e di mettere in discussione quello che vedono.

Marco Notari su PopOn
I testi di “Io?” esprimono appieno il tuo punto di vista, o c’è sempre una piccola quantità di compromesso?
Penso che lo esprimono proprio appieno, al cento per cento. Anche nei dischi passati ho sempre detto quello che volevo, magari però raccontando delle storie, quindi attraverso storie di altre persone, attraverso eventi che ho utilizzato per trasmettere determinati significati. In questo lavoro li ho espressi in maniera più possibile chiara ed esplicita. Questo disco credo che mi rappresenti per come sono. Penso di essere stato il più possibile sincero, spontaneo e naturale.

Spazio anche ai suoni elettronici. Qual è la tua relazione con le macchine digitali?
Mi piacciono molto i suoni elettronici anche perché credo che siano quello che abbiamo in più rispetto a trenta anni fa, la possibilità maggiore per noi di creare qualcosa di nuovo rispetto a quello già sentito. Non che io faccia musica d’avanguardia, assolutamente no. Faccio musica pop. Nel mio piccolo cerco comunque di raggiungere e di creare un sound con una propria personalità che sia anche contemporaneo. Da questo punto di vista il digitale è uno strumento molto utile, ma non mi piace abusarne, la forza maggiore dei suoni digitali la ottieni associandoli a strumenti veri, analogici e per loro natura “caldi”.

C’è anche un pizzico di anni Ottanta, per esempio in La terra senza l’uomo. Una passione specifica?
In verità no, la musica anni Ottanta è una musica che ho sempre ascoltato poco. Le cose che mi piacciono di più di quegli anni sono i primi dischi dei R.E.M. e dei Pixies, per cui non c’era l’intenzione, però effettivamente mi rendo conto che alcune soluzioni di tastiera si riferiscono a quel periodo. Anche se i nostri riferimenti sono state band contemporanee che a loro volta attingono a quel tipo di scena e a quel tipo di ricerca sonora.

Come nasce la collaborazione con Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione per Le stelle ci cambieranno pelle e per la copertina del disco?
Nasce da un’amicizia che va avanti da diversi anni. La prima occasione in cui abbiamo collaborato è stata la sua realizzazione del videoclip di Porpora – estratto da Babele – come illustratore, che tra l’altro è un lavoro che ha ottenuto diversi riconoscimenti ed era un video davvero molto bello. Inoltre sono un fan dei Perturbazione, poi quando ho scoperto che anche a Tommaso piaceva la mia musica è stato molto bello ed è nata una sintonia tra noi, sia a livello umano che artistico. C’è molta stima reciproca, mi piace la sua sensibilità artistica, quindi ho pensato di proporgli di realizzare la copertina e tutte le illustrazioni di Io?. È un lavoro che mi è piaciuto moltissimo e poi visto che c’era questa canzone che piaceva a entrambi, alla fine abbiamo deciso di cantare insieme.

Il tour promozionale sarà a zero impatto ambientale.
Cerco di fare del mio meglio per l’ambiente, ci provo almeno. Nel senso che faccio attenzione ai consumi e ad altre cose delle quali si parla ancora troppo poco, per esempio di come vengono prodotti la maggior parte degli abiti che noi indossiamo, ci sono delle zone franche sparse in giro per il Mondo dove grandi case produttrici praticamente schiavizzano i lavoratori, dove non ci sono controlli sanitari, dove non ci sono possibilità di associarsi in sindacati e altro. Così ho fatto fare le magliette del merchandising a una cooperativa di Torino, che si chiama Tessuto Sociale, che ha una catena produttiva controllata. Forse il cibo è stato il mio punto di partenza perché da alcuni anni sono vegetariano, e questo mi ha anche portato ad analizzare in maniera più dettagliata la provenienza di quello che consumo e di conseguenza mi ha portato a pormi le stesse domande su come mi vesto, sui trasporti e su tutto ciò che è collegato alla sostenibilità del Pianeta. Abbiamo deciso di fare il tour a impatto zero in collaborazione con LifeGate, cosicchè le emanazioni nocive che produrremo saranno compensate con la creazione di nuove foreste.

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Da questi pensieri nasce il brano La terra senza l’uomo?
Sì esatto, nasce dall’idea di immaginarsi nel corpo di questi animali che vivono in laboratorio, oppure di animali da pelliccia o di quelli che vivono in allevamenti industriali. Tra l’altro ho fatto le foto promozionali proprio in un allevamento industriale di polli, e nel brano c’è un tentativo di far riflettere su come noi abusiamo delle risorse, degli animali, e non c’è bisogno di essere vegetariani per rendersi conto di queste cose, credo. Bisogna solo cercare di consumare in maniera consapevole tenendo conto dei compromessi con i quali ogni giorno dobbiamo fare i conti, come le nostre disponibilità economiche e altri fattori. Però il brano è anche collegato ad altre canzoni: L’invasione degli ultracorpi e Apollo 11 per esempio, dove c’è il tentativo di mettersi nei panni degli altri, di aprirsi agli altri, di creare un’empatia con le altre persone e con gli altri esseri. Anche se il disco si intitola Io? è un percorso che cerca di liberarsi del concetto di ego.

Qual è la tua strada stilistica? Ti consideri un cantautore in senso stretto?
Non saprei. Nel modo di comporre sì, perché i miei brani nascono o con una chitarra o con il pianoforte, però poi c’è sempre il tentativo di destrutturarli e di allontanarsi da quelle che sono state le forme classiche del cantautorato, soprattutto di quello italiano. Probabilmente un punto di partenza attinge dai cantatutori, visto che ascoltavo e ascolto tantissimo i cantautori degli anni ‘60 e ’70, però credo che il risultato finale si discosti abbastanza da quello che normalmente viene considerato “cantautorale”.

12 marzo 2012

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