Storiacce Tese al Conservatorio

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Elio e Le Storie Tese su PopOn

Milano, Conservatorio G. Verdi, 8 marzo 2012

Storiacce tese al concerto di Elio al Conservatorio G. Verdi di Milano: il lead vocalist (facciamo un po’ gli americani, visto che musicalmente siamo su quel livello) entra sul palco trafelato, sostenendo che i restanti pezzi della band sono dispersi per Milano causa mancanza di parcheggio e d’area (C, ça va sans dire). Ma poi, durante una Cavo della mia chitarra fintamente improvvisata, tutti i suddetti pezzi tornano al loro posto, garantendo un encore degno di una chiusa d’eccezione. E infatti gli otto (perché sono otto, sul palco) con Cavo chiudono il concerto, con tanto di luci in sala e inchino finale, tra gli sghignazzi del pubblico.
Ma è ovviamente una falsa partenza (con annessa falsa chiusura). E menomale: perché la formula del “breve ma intenso” mal si adatta ad un concerto di Elio e le Storie Tese. Sempre, anche oggi che gli otto – dopo decenni di onorata e sdoganata carriera – devono reinventarsi per non riuscire dall’inevitabile confronto con sé stessi un po’ imbolsiti (sconfitti no, ché all’orizzonte non si vede alcun pretendente al loro trono). E lo fanno con l’arma del cabaret, che dilaga durante l’intero concerto, con un Elio verboso che gigioneggia e prende in giro il pubblico incravattato e – quello sì – imbolsito del Verdi, le cui prime file sorridono con moderata sobrietà.

E forse proprio in occasione dell’incontro con la créme dell’accademia musicale, il simpatico complessino sfodera un repertorio eccezionalmente sboccato (“Il piccolo Rocco Tanica è tornato al suo Conservatorio con una canzone che dice circa cinquanta volte ‘merda’”) che parte da chicche d’antan quali Abbecedario e Gomito a gomito con l’aborto (“avrebbe potuto vincere qualsiasi festival, quindi la cantiamo come tante Emme Marrone”) e arriva fino alle più recenti Discomusic e Psichedelia, durante la quale il gruppo lascia riverente spazio alla registrazione dello splendido scat di Lucio Dalla (“non ne nascono più, così”). Sul versante più autenticamente prog si segnalano Plafone e un inedito omaggio agli Area di Demetrio Stratos, in cui Jantoman e Tanica fanno sfoggio di synth e moog.
E dopo un paio d’ore secche il concerto si avvia alla conclusione, digradando tra le inevitabili Tvumdb, Parco Sempione e Tapparella.

Dire che gli Elii sono in forma suona trito come una dichiarazione d’amore, ma non possiamo che rinnovare loro i complimenti per una formula che dura da decenni rimanendo convincente (oltreché divertente). Semmai sono proprio i fan che zavorrano la band milanese ad un passato “supergiovane” che tutto sommato ha poco a che fare con l’ironia sofisticata e complessa dell’ultimo periodo: è proprio il gruppo a dribblare con sapienza le richieste che arrivano dalla platea (“Alfieri!”, “Cara ti amo!”), impegnato com’è a non farsi ingabbiare in vecchi schemi. Perché si sa, poi è un attimo a finire come una qualsiasi leggenda del rock, prigioniera del proprio greatest hits: e gli Elii, come tutti i veri musicisti, hanno troppo bisogno di sporcarsi le mani con giochi nuovi per cadere in simili trappole.

Scritto da Carlo Crudele

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