Neffa tra jazz e bossanova nel nuovo live

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Neffa su PopOn

Si intitola “The five senses” il nuovo progetto live di Neffa, tra jazz e bossanova, in partenza il 29 marzo dal Bravo Caffè di Bologna. La scaletta del concerto è incentrata sullo swing delle canzoni scritte da Cole Porter, George Gershwin, Louis Armstrong e altri grandi compositori americani. Non mancherà la bossanova, soprattutto
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Supernaturale

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Luca Gemma su Popon

Adesiva Discografica/Novunque, 2012

Supernaturale, il nuovo disco di Luca Gemma, uscito a soli due anni di distanza dal bel Folkadelic, conferma le qualità del cantautore milanese, capace di scrivere canzoni intelligenti, ma soprattutto di creare un pop rock piacevole, raffinato, mai banale.
Il disco si apre con un assolo di batteria, che introduce “un groove” che ci accompagna per tutto il disco: impossibile ascoltarlo e restare immobili. Batteria, basso e chitarra elettrica la fanno da padrona, ma i concetti espressi sono
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CAPITOLO 19

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Alla fine l’idea è arrivata. Eccome se è arrivata. Ma non è stata una mia idea. Anzi, io neanche ne ho saputo niente, di questa idea, finché l’idea stessa non ha preso corpo sul palco dell’Ariston. E uso quest’espressione, prendere corpo, non tanto per dire.
Il fatto è che non sono potuto andare nei camerini con le ragazze. No, non per una questione di pudori, figuriamoci, abbiamo passato insieme gli ultimi mesi, non sarebbe certo stato un paio di tette o di chiappe a scandalizzarmi. Neanche il resto, lo avrebbe fatto, ma non volevo sottilizzare.
Non ci sono potuto andare perché l’Ariston non è un teatro pensato e predisposto per ospitare tanti artisti in contemporanea. Il dietro le quinte è un buco. Forse anche più piccolo di un buco. Anche il teatro stesso è un buco, ma questo da casa non si può naeanche lontanamente intuire, potere della televisione. Il dietro le quinte, comunque è un tutto un groviglio di corridoietti, di camerini meno spaziosi della bocca di Dolcenera. La Green Room, che sarebbe il posto dove i cantanti socializzano in attesa che arrivi il loro turno di andare nei camerini, di passare al trucco e parrucco e poi finire sul palco, è il corrispettivo di un monolocale, senza angolo cottura. Lì ho avuto accesso, ma siccome di artisti in gara ce n’erano già a sufficienza e siccome mi è stato subito chiaro che dentro i camerini non ci sarei potuto andare, ho preferito fare un salto in Sala Stampa, tanto per gustarmi le facce dei giornalisti nel momento in cui le Bikinirama sarebbero andate a calcare le assi del palco. Mai mi sarei potuto immaginare quanto, in effetti, quelle facce si sarebbero dimostrate sorprese.
Andiamo con ordine, per quanto mi sia possibile parlare di ordine adesso, quando ormai le Bikinirama hanno fatto quel che hanno fatto e sono diventate, senza ombra di dubbio, la rock band più famosa al mondo. Pensate forse che stia esagerando? Allora significa, nell’ordine, che siete appena usciti da un come profondo che vi ha tenuto lontani dai media nelle ultime quarantotto ore, che siete tra quei pochi spocchiosi che veramente non seguono quel che succede al Festival, non come la stragrande maggioranza della gente, che dice di non farlo ma poi passa tutto il tempo su Twitter e Facebook a lasciare commenti dettagliati, che fondamentalemente di quel che succede in questo nostro martoriato mondo non ve ne frega un cazzo, e allora vaffanculo a voi. Perché con il loro miliardo di contatti su Youtube nel giro delle prime ventiquattro ore dalla messa online, il passaggio sanremese delle Bikinirama è in assoluto il video più visto della storia della rete, quindi della storia dell’umanità tout-court. Lady Gaga, immagino, al momento è seduta sul lettino dello psicanalisti migliore sulla piazza newyorchese, ma dubito si riprenderà tanto facilmente. A scuola dalle Bikinirama dovrebbe andare. E non è detto che non lo faccia.
Comunque, dopo l’esibizione dei BIG, arrivato il momento degli ospiti, ero in Sala Stampa. I giornalisti stavano cazzeggiando, ironizzando sul fatto che, anche quest’anno, dei Giovani in gara non gliene fregasse a nessuno. Non a caso Morandi e Rocco Papaleo continuavano a perdere tempo, ben consci che tutto questo avrebbe portato a far slittare l’ora dell’esibizione dei ragazzi intorno alla mezzanotte, con buona pace del bimbominkia che tutti sapevamo perfettamente avrebbe vinto, tale Alessandro Casillo. Lui, coi suoi quindici anni, infatti, non può andare in onda dopo l’ora in cui la carrozza di Cenerentola diventa zucca. Vincitore annunciato, quindi, ma non per questo favorito dalla scaletta. Si fotta il bimbominkia.
Papaleo sta facendo fare agli orchestrali e anche al pubblico imbalsamato dell’Ariston il balletto della foca. C’è crisi, del resto, cosa ci possiamo aspettare. Questo è un Sanremo strano. Non ci sono grandi canzoni in gara, è un fatto, fatta eccezione, forse per tre o quattro. Canzoni, quelle, che però avrebbero vissuto di vita propria anche a prescindere dal Festival. Il Festival, invece, non avrebbe vissuto se non ci fossero state le solite polemiche, questo almeno fino al passaggio delle Bikinirama. Il primo giorno c’era stato il delirio, vero delirio, di Adriano Celentano. Un pippotto senza senso e senza copione contro i giornali cattolici, contro la Chiesa, contro Aldo Grasso, e soprattutto contro il pubblico. Uno dei momenti peggiori mai visti in televisione. Il giorno dopo la faccenda era andata meglio, visto che l’attenzione di tutti si era concentrata sulla farfallina tatuata in zona passera da Belèn. E anche lì, ovviamente, polemiche sui giornali. Poi c’era stata la serata dei duetti internazionali, lunga quasi cinque ore. Una noia mortale, con alcuni picchi trash come l’apparizione iniziale di Shaggy, strafatto, che aveva lumato per tutto il tempo le tette, per altro apprezzabili, di tale Chiara Civello, o quella di Macy Gray, ubriaca e disperata. Del resto a lei era toccata in sorte Gigi D’Alessio, come non capirla.
Questa, invece, era la serata dei duetti nazionali. Inutile che io stia qui a farvi i nomi, perché le Bikinirama, in cinque minuti e quarantatrè secondi, hanno spazzato via tutto. Fatta forse eccezione per il passaggio della sera prima di Patti Smith, con i Marlene Kuntz, emozionante specie nella dedica fatta a Fred Sonic Smith dopo aver cantato, come solo lei sa, Because the night. Poi il vuoto, o quasi. Solo le Bikinirama. Lo dico con la morte nel cuore, perché, lo sapete, uno dei concorrenti in gara è un mio amico fraterno. Uno dei motivi per cui oggi sono qui e faccio quello che faccio. Non ci fosse stata la nostra amicizia, questo dicono i meri fatti, non avrei mai fatto il salto, non sarei mai passato dall’altra parte della barricata. Quando ho saputo che era in gara, lo confesso, mi sono subito rammaricato che le nostre vite non fossero più così intime come in passato, troppo incasinati, tutti e due, per poterci vedere e sentire come un tempo. Per dire, il fatto che stavolta non ho sentito la canzone prima di tutti gli altri, mi ha inmalinconito. Le altre volte ero lì, nel suo studiolo, a sentire le varie evoluzioni dei brani a cui stava lavorando, a volte anche cercando di metterci su qualche rima mia. Oggi, invece, il grande affetto rimane, inossidabile, ma la vita ci ha portato un po’ più distanti. Mi spiace che non abbia vinto, come meritava, e mi spiace che il passaggio delle Bikinirama abbia in qualche modo annullato tutto quello che prima e dopo di loro è successo su quel palco. Di colpo, questo è un fatto, non ci sono state più le prediche di Adriano Celentano, le farfalle di Belèn, le baracconate di Fargetta, le buffonate di Platinette, le mani lunghe di Shaggy, i barcollamenti di Macy Gray, le gaffe di Morandi, le belle note azzeccate da Noemi, la bellezza disarmante di Nina Zilli, il tocco surreale di Samuele Bersani, e la perfezione assoluta della voce dell’amico mio, Francesco Renga. Niente di niente. Ci sono state solo loro.
Loro e io che non ho potuto far altro che prenderne atto, in una Sala Stampa di colpo senza parole, l’attenzione catturata dai maxi schermi, quell’attimo di silenzio prima del boato, collettivo, e della corsa verso i computer, a battere la notizia. Notizia che farà nel giro di uno zot il periplo del pianeta, e, quando dopo pochi istanti, il video della performance, e che performance, verrà postato su Youtube, sarà davvero una corsa al download. Ripeto, un miliardo e passa di contatti nel giro di neanche due giorni, pensateci, una roba da mettere i brividi.
Già quando le ragazze sono uscite, lo confesso, il mio cuore ha vacillato. Avevamo a lungo discusso su cosa fare, negli ultimi giorni, nelle ultime ore. Ci eravamo anche mandati un po’ a fanculo, gli uni con le altre, perché quando l’idea che potrebbe cambiarti la vita fatica ad arrivare, è normale, la tensione sale alle stelle, spesso finendo per rovinare tutto. Avevamo pensato davvero a qualsiasi soluzione, senza arrivare a una soluzione decente. Anche Alberto, che da noi si era sempre tenuto a debita distanza proprio per avere la lucidità di pescare intuizioni in posti che a noi sarebbero sembrati impraticabili, non era riuscito a fare altro che disegnare costumi accattivanti, sexy, a effetto, ma niente che ci avrebbe potuto far fare il botto. Per questo eravamo arrivati a Sanremo, già da lunedì, a Festival non acnora iniziato, con una certa mestizia. Come di chi sa che sta per affrontare un’occasione unica senza avere la benché minima possibilità di centrarla e di farla propria. Eravamo arrivati con così tanto anticipo sulla serata in cui, in effetti, le Bikinirama sarebbero salite sul palco, per sfruttare la grande cassa di risonanza del Festival. Una settimana in cui in riviera si accalcano tutti i giornali, di settore ma anche i semplici quodiani. Tutte le radio, dai grandi network alle piccole radio locali. Tutte le televisioni. Una grande occasione, questa sì, di farci una certa pubblicità. E quella, in effetti, siamo riusciti a essere lucidi, l’abbiamo portata a casa. Consci di essere solo una delle tante realtà passate da qui, a meno che la serata di venerdì non ci avrebbe regalato la sorpresa che stavamo cercando. La svolta.
Appena entrate subito è stato evidente che loro, le mie ragazze, un’idea ce l’avevano avuta. Un’idea di cui non mi avevano messo al corrente, ma comunque un’idea.
A dirla tutta, quando è iniziato il momento Bikinirama, delle ragazze non c’era traccia. Il palco era occupato per una buona metà da uno telo nero, come quello dei vecchi cinema. E basta. Non era una caso, infatti, che Morandi avesse lanciato il momento dal corridoio che si trova tra le prime file dell’Ariston, proprio per dare modo ai tecnici di montare il fondale. Fondale di cui io, ovviamente, non sapevo nulla.
Sui maxi-schermi della Sala Stampa, e anche dentro i televisori delle case di molti milioni di italiani (il popolo italiano, si dice in questi casi), il fondale nero ha campeggiato per un tempo che sarà sembrato infinito. Circa quarantacinque secondi. Un fondo nero e basta. Un tempo di silenzio più lungo, di quattro secondi, di quello messo in scena dagli Aeroplani Italiani nel loro Zitti zitti, la storia si fa anche così.
So che nel dirlo adesso, che è successo quel che è successo, le mie parole suonano scontate, come di chi cerca di dimostrare sorpresa verso qualcosa che è già accaduto, ma vi giuro che in Sala Stampa, una Sala Stampa particolarmente annoiata e distratta fino a un attimo prima, tutti si sono fermati per guardare il maxi-schermo. Di colpo attenti, curiosi. Attenti e curiosi per un lungo momento di nulla.
Poi è arrivata la prima immagine in movimento. È tornata la vita. Anche se di vita finta si tratta. Sullo schermo, infatti, è arrivata la faccia da sgherro di 2D, il cantante dei Gorillaz. Quindi è arrivato il suo cartoon, con la voce inconfondibile di Damon Albarn, a dargli vita. 2D ha salutato, in un italiano stentato, i presenti, e anche tutto il pubblico a casa. Ha salutato e ha detto che per lui era un grande onore introdurre le Bikinirama. Ha usato proprio questo verbo, introdurre. Poi lo schermo è tornato buio, morto, esattamente come era stato per i quarantacinque secondi precedenti.
Ora, io potrei star qui a farvi la telecronaca, frammento per frammento, di quel che è successo nei cinque minuti successivi. Potrei, ma sarebbe un gesto sterile. Sicuramente se state leggendo queste parole siete tra quel miliardo e passa di utenti Youtube che hanno visto il filmato in questione. O magari siete tra quanti hanno assistito alla scena in diretta, più presumibilmente a casa se non addirittura tra quelli seduti sulle poltroncine rosse dell’Aristone. Sapete bene quel di cui sto parlando. Cinque minuti di grande musica, ma soprattutto di grande spettacolo. Una sorta di concentrato di quanto di più cool la musica leggera, al femminile, avesse prodotto nell’ultimo decennio concentrato in un’unica performance. Complice l’immancabile playback, d’ordinanza a Sanremo per gli ospiti, le Bikinirama hanno deciso di stupire, e cazzo se non ci sono riuscite.
Ha cominciato Trisha, entrata da dietro il telo nero vestita come Beyoncé nel video di Crazyinlove, calzoncini cortissimi di jeans, canotta bianca ridotta ai minimi termini e scarpe col tacco dodici rosse. A seguire ha fatto il suo ingresso, sempre uscendo da dietro il telo nero, stavolta sulla destra, Seba, nei panni che furono di Alicia Keys in Fallin’. Cappotto di pelle marrone indossato sopra un maglioncino ruggine che lascia scoperta pancia e ombelico, calzoni grigi, a zampa di elefante, stivaletti alla Celentano, neri e cappello borsalino marrone su una bandana leopardata. Frida invece, in questo gioco di rimandi, è Shakira, ma non la Shakira etnica di Hips don’t lie o quella sexy di La tortura, bensì quella anni Ottanta di Las de la intuicion. Camicia cangiante nera su minigonna dello stesso colore, cravatta bianca e calze che si reggono con il reggicalze, lasciando scoperto il famoso pezzo di carne che tanto conturbava Bukowski, e non solo. Le scarpe sono col tacco, e sulla testa, a coprire la folta criniera bionda, una parrucca nera con un taglio a caschetto. Frida così, fidatevi di me che ci ho passato insieme gli ultimi tre mesi, non l’avevo mai vista. Né presa in considerazione. A questo punto vedere Sarah vestita come Gwen Stefani nel video di Rich girl non dovrebbe sorprendere più di tanto, non fosse che vederla con quella camicia coi pizzi color panna, i seni per la prima volta da che ci conosciamo coperti, le gambe lunghe come autostrade, lasciate all’aria aperte, biancheria intima a coprire quel che c’è da coprire, con cinture da pirati a dare una mano, i capelli lasciati liberi, nel finto biondo dell’acconciatura, spiazza meno di quanto dovrebbe, anche se il fatto che il suo ingresso in scena avvenga dall’alto, aggrappata a una gigantesca, di certo ha dato al tutto quel non so che di stravagante. Stravaganza delle Bikinirama che ha trovato ulteriore benzina nel momento in cui Maya, la cantante della band, è entrata con lo stesso costume che Lady Gaga indossava nel video di Bad Romance, nel momento in cui la canzone parte con lo special. Completamente ricoperta di strass verdi, in un costume che le gonfiava i fianchi come un palloncino, ai piedi un paio di Armadillo di Alexander Mc Queen, i capelli acconciati come si trattasse di un pesce martello. Della canzone, al momento, Senza un sorriso in una versione remixata, nessuna delle ragazze si è curata più di tanto, tutte impegnate in una sorta di coreografia studiata chissà quanto. In Sala Stampa, al momento, non fiata una mosca, tutti hanno gli occhi incollati al televisore. Quando quindi Trisha esce di scena, per ritornarci dopo pochi istanti vestita come J.Lo in If you had my love, reggiseno e calzoni larghi bianchi, scalza e i capelli sciolti, gran bel culo, se posso permettermi di dirlo, la standig ovation che ha visto coinvolti tutti i giornalisti accreditati al Festival è sembrata la cosa più naturale. Come è sembrata naturale quella che ha ricevuto subito dopo Seba, canottierina a pelle color carne, in pendent con le mutande, scalza, in mano un girasole e un garofano, Joss Stone in What we’re gonna do now. O Frida, la Shania Twain di That don’t impress me much, completamente leopardata, cappotto con tanto ci cappuccio, lasciato aperto, lungo fino ai piedi, sotto reggiseno e e pantaloni a zampa di elefante, anche questi leopardati. Tanto di cappello.
Alle gemelle Haruki, oramai avrei dovuto capirlo da me, spettano gli applausi più scroscianti, forse anche per questo loro essere uguali e differenti allo stesso tempo. Essendo in realtà diversissime di carattere, lo confesso, non le ho mai prese in considerazione neanche come sorelle, ma stasera, a vederle in volto, sembrano davvero uguali. O simili. Sarah, almeno credo sia lei, esce completamente vestita di taffetà nero, come Madonna in Frozen, le dita coperte di tatuaggi fatti con l’Hennè. Al suo fianco due dobermann, proprio come in quel video clip. Vederla inscenare lo stesso balletto di Miss Ciccone, con il vestito che si anima e cambia forma lascia anche me senza parole. Come mi lascia senza parole vedere Maya conquistare il palco come la Rihanna di Umbrella. Ovviamente non quella tutta nuda, coperta di vernice argentata, perché il nudo, che pure sarò il vero colpo di teatro di questa esibizione, nel dirvelo non sto certo rovinando il finale di un giallo, arriverà solo in seguito, ma quella in versione danzatrice classica, con un mini tutù nero, scarpette da ballo nero portate sulle punte e un ombrello nero per tenersi in equilibrio.
A questo punto, in Sala Stampa come dentro le case di tutti gli italiani, immagino, tutti ci stiamo chiedendo come diavolo facciano queste cinque ragazze a cambiarsi d’abito e d’acconciatura così velocemente. Manco fossero trasformisti alla Brachetti. Pochi secondi dietro il telo nero, quello su cui è apparso miracolosamente 2D, ed ecco un altro miracolo.
Il tempo di chiederselo, infatti, che già le ragazze cominciano a riconquistare il palco con nuovi abiti di scena, una alla volta, come una alla volta l’hanno abbandonato, sempre brave a non dare nell’occhio al momento dell’uscita di scena, tanto quanto sono brave a sottolineare il rientro con enfasi degna di show girl navigate.
Il brano è ormai oltre la metà, quindi comincio a chiedermi, più per curiosità che per altro, quanti cambi d’abito abbiano previsto le ragazze. E a questo punto comincio anche a chiedermi chi li abbia fatti, questi abiti e se Alberto non ci abbia in effetti messo del suo.
Questo terzo rientro è in chiave hip-hop, sembra. Trisha compare come fosse la Nicki Minah di Super bass. Parrucca metà rosa e metà bionda in testa, trucco eccessivo, sempre su tinte rosa e gialle. Addosso un abitino in plastica a macchie fuscia. Un abitino che le fascia il corpo manco glielo avessero cucito addosso, con tette e culo in gran risalto. Quando arriva Seba è chiaro a tutti che non è l’hip-hop la chiave di questo terzo cambio d’abiti, ma l’eccesso, il glamour, forse anche il trash. Lei, infatti, interpreta la Katy Perry di California girls. Parrucca blu elettrico in testa, shorts e reggiseno rosso cangiante, con stivaloni dello stesso colore che arrivano fino a metà coscia. Sul reggiseno sono applicati due spray pieni di panna. Spray che Sena non esita a sparare verso il pubblico, letteralmente annichilito. A questo punto vorrei essere a fianco del palco, ché in fondo sono il manager della band, con addosso l’abito da arlecchino freak che Snoop Dogg sfoggia nello stesso video, pieno di pasticcini di tutti i colori. Invece sono in Sala Stampa, senza parole come tutti i presenti, lo sguardo rapito da quanto sta capitando sul palco dell’Ariston, finalmente un po’ di vita da queste parti, per la prima volta dopo sessantadue anni. Penso all’involontaria caduta della spallina di Patsy Kensit e mi viene da ridere, fino alle lacrime.
Frida, quella della band che sicuramente più mi ha stupito fino a questo momento si presenta come la Britney Spears di Toxic. A vederla, lo confesso, potrebbe anche essere quella di Womanizer, completamente nuda nella scena della sauna, perché il vestito completamente trasparente, con giusto qualche brillantino qui e là, avrebbe anche potuto tranquillamente lasciarlo dietro il sipario nero, tanto nessuno avrebbe notato la differenza. Per la cronaca anche lei è scalza, come a turno un po’ tutte quante. I piedi, del resto, sono la sola parte del corpo delle ragazze che il pubblico conosceva, almeno fino a stasera.
Sarah non ci mette molto a conquistare la scena, lei è la Kylie Minogue di Can’t get you out of my head. Un abito bianco, se così lo vogliamo chiamare, che copre il minimo indispensabile. Giusto un po’ le spalle, la testa, in virtù di un cappuccio che nasconde quasi completamente i capelli, e le parti intime. Per il resto nulla è lasciato all’immaginazione, perché chiamare quella scollatura non rende affatto l’idea di cosa voglia dire scollatura. Non che le qualità di Sarah ci fossero state tenute segrete in questi mesi, ma qui siamo in Eurovisione e la gente sembra gradire, oltremisura.
A questo punto quando una mezzaluna argentata scende dall’alto, con aggrappata Maya, indosso un body dello stesso colore, una parrucca rossa in testa, Florence + the Machine di You’ve got the love, anche all’Ariston sono tutti in piedi.
Cavoli, una vera enciclopedia della storia della musica leggera contemporanea, questa performance. Beyoncé, Alicia Keys, Shakira, Gwen Stefani, Lady Gaga, Jennifer Lopez, Joss Stone, Shania Twain, Madonna, Rihanna, Nicki Manaj, Katy Perry, Britney Spears, Kylie Minogue e Florence + the Machine. Non mi sembra manchi nessuna all’appello, tra le popstar degli ultimi anni. E se qualcuna manca nessuno, al momento, sembra essersene accorto.
La canzone finisce, in una coda lunga e sfumata.
Le ragazze vanno dietro il drappo nero, che di colpo torna ad animarsi. Tutti e quattro i Gorillaz sono stavolta sul video. In un italiano da Stanlio e Olio esprimono il loro apprezzamento per l’esibizione delle Bikinirama, dicendo: “Noi finiamo qui la nostra avventura, adesso tocca a loro”. L’imminente reunion dei Blur, in effetti, aveva fatto presagire la fine della band di Damon Albarn e Dan the Automator, ma questo è un colpaccio che neanche Malcolm Mc Laren avrebbe saputo organizzare.
La gente batte le mani, entusiasta. Anche Gianni Morandi, che è di fianco al palco, dove avrei dovuto essere io, e che si è quindi visto in presa diretta anche lo spettacolo del cambio d’abiti, beato lui.
Belèn, immagino, è corsa all’aeroporto, per tornare in Argentina.
La coda del brano non è ancora finita, siamo già oltre i cinque minuti. Le ragazze escono di nuovo, per il saluti, credo. Sono tutte vestite come Erikah Badu in Lady bag. Il tributo alla grandissima soul-singer americana non può che trovarmi concorde, anche se, per il finale, mi avessero consultato, avrei scelto qualcosa di più potente. Così, credo, si finisce in sordina, mentre la performance è stata tutta un crescendo wagneriano. Sono tutte e cinque vestite uguali. Solo i colori sono differenti.
A vederle meglio salta agli occhi anche un’altra differenza. Mentre Trisha, Frida e Seba indossano il loro abito di maglina con cappuccio rispettivamente di colore blu, giallo e verde, Sarah e Maya, che di questo quadretto sono il rosso e il viola, indossano un unico abito, come se oltre che gemelle fossero gemelle siamesi. Lo si capisce perché entrano camminando piano, come avessero i piedi, in realtà scalzi, fasciati come delle geishe. I loro abiti sono uniti, e a dividerle sono solo i cappucci. Le cinque ragazze si affiancano, perché la musica stavolta è davvero finita. Potevano chiudere meglio, penso, ma la gente è talmente su di giri, che avrebbero potuto omaggiare il Boss di Born in the USA con jeans e t-shirt bianca e sarebbe andato bene lo stesso.
Le Bikinirama stanno raccogliendo la prima vera standing ovation che questo Teatro Ariston ha riservato al Festival del 2012. Sono una appresso alle altre, alle loro spalle i Gorillaz fanno l’occhiolino, ammiccanti. Le ragazze si inchinano, le braccia appoggiate sulle spalle delle vicine.
Poi Trisha esce dal palco sulla sinistra, Seba sulla destra. Gli applausi continuano. Frida fa un passo in avanti, si inchina e scende tra il pubblico, per poi scomparire in un’uscita latarale.
Restano sul palco solo Sarah e Maya, le gemelle siamesi. Si guardano, nella posa innaturale che il vestito unico consente loro. Si baciano, sfiorandosi le labbra, ma niente di malizioso o morboso. A vederle, adesso, sono davvero uguali. Ma con qualche piccola differenza nei lineamenti, nell’espressione del viso. Si fissano. Poi si salutano, un cenno del capo. A questo punto Sarah va verso sinistra e Maya verso destra. L’abito, di maglina, si tende. Oppone poca resistenza, che tutto evidentemente era già scritto. Il vestito si strappa, come quello degli spogliarellisti delle feste dell’otto marzo, cadendo in terra, incapace di rimanere addosso ai corpi delle gemelle Haruki. Che al momento sono completamente nude, solo il cappuccio a coprire i capelli, tornati corvini come sempre.
Si girano verso il pubblico, Sarah e Maya, senza pudori o vergogne.
La gente continua a battere le mani, forse per rilfesso condizionato.
Le due sono immobili. Nude. È a questo punto che si vede che tra le gambe di Sarah c’è un pene neanche troppo piccolo.
Tra pochi minuti il video sarà su YouTube, un miliardo di contatti nelle prossime ventiquattro ore.
Potevano stupirci con effetti speciali, si dice in questi casi, e le Bikinirama l’hanno fatto, senza ombra di dubbio.

Questo è un romanzo. Persone reali e fatti realmente avvenuti sono utilizzati a puro scopo narrativo. Ogni parola ivi contenuta è falsa. Compreso queste.

“Via Tadino 52” è un libro a puntate di Michele Monina, scritto solo per i lettori di PopOn.
Appuntamento alla prossima settimana per un nuovo capitolo.


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Guardie e ladri al suon di Calibro 35

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Calibro 35 su Popon

Quello che segue è il report dello showcase tenuto dai Calibro 35 alla Fnac di Milano lo scorso 8 febbraio. Un racconto che avremmo voluto fornirvi a tempo debito, ovvero a ridosso dell’evento, se la grande giostra del Festival di Sanremo non ci avesse assorbiti anima e corpo. Lo recuperiamo oggi, certi di fare, in ogni caso, cosa gradita.

La Redazione

Milano, FNAC, 8 febbraio 2012

Veloci e letali come un colpo di pistola… ovviamente Calibro 35. Banale, forse, ma sono questi gli aggettivi che meglio si adattano alla band milanese. Che anche dal vivo dimostra di essere una perfetta macchina da guerra, proponendo con sicurezza e divertimento il proprio repertorio al pubblico di aficionados intirizziti che affollano una Fnac
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Emis Killa: ‘Sono l’erba cattiva’

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Emis Killa su PopOn

Intervista di Roberto Paviglianiti

Emis Killa si presenta come la nuova rivelazione della scena rap italiana, movimento – musicale, culturale e generazionale – che negli ultimi anni ha acquisito credibilità e ottenuto consensi su diversi fronti. Il suo lavoro d’esordio si intitola L’erba cattiva (Carosello Records) e arriva dopo un periodo di intenso apprendistato, scandito da freestyle battle, l’ingresso nella crew/label indipendente Blocco Recordz, importanti collaborazioni e una serie impressionante di
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